Assoli, stoccate e poligoni perfetti

Ad Anterselva Peters è perfetto, Carapaz in gestione, Nibali invece paga dazio.

 

Quel Gigante chiamato Mortirolo lascia oggi il passo alle rampe che portano nello stadio del biathlon di Anterselva. L’azzurro di Ciccone lascia spazio a quello di Wierer, Hofer e Windisch; la Valtellina ora è Alto Adige, l’accento abruzzese è diventato un vernacolo tedesco. Chi è in sella a una bici pensa magari di inforcare un paio di sci e imbracciare una carabina per vedere l’effetto che fa. Ma è un pensiero che dura un baléno: c’è da finire un Giro d’Italia e scalare altre montagne.

La corsa è corsa e in questi giorni ha finalmente la lettera maiuscola. Si vive uno stato febbrile, come le gambe sempre nervose dell’eroe della giornata di ieri, che eroe lo è stato un po’ in tutto il Giro e oggi si concede un turno di riposo. Eroe è Masnada, anche oggi sull’attenti e che non si fa mancare nulla: persino pensare di correre per una buona classifica finale. Eroi sono gli uomini che partono a tutta e che dopo un batti e ribatti senza tregua entrano nell’azione decisiva.

I fuggitivi si gettano così da subito in mezzo alla contesa ignorando le tossine accumulate e il brutto tempo che da giorni li prende a schiaffi. Sono un corpo avulso a quei corridori che si giocano la vittoria finale, ma il loro pedalare contro l’ordine prestabilito è un atto di fede: c’è da provare a vincere una tappa.

Mentre la carovana sfiora i meleti sparsi lungo il percorso, si sale verso il Passo della Mendola, luogo che ha ospitato Gandhi ed Elisabetta di Baviera. Sullo sfondo le montagne sembrano un portale verso un’altra dimensione: sono il passaggio dal Trentino all’Alto Adige. La strada è larga, di un grigio pulito, e si fa spazio in mezzo a un verde reso ancora più intenso da una piovosa primavera.

Dopo la discesa si entra in lungo falsopiano che sembra non finire mai e che porta i corridori da Bolzano e Bressanone; il vantaggio dei diciotto si dilata: cinque, sei, sette minuti. Il gruppo controlla senza dannarsi; uno dei detti più comuni e banali del ciclismo è “in gruppo c’è stanchezza“, ma dopo venti giorni di corsa non potrebbe essere altrimenti. È pur sempre l’alba del giorno dopo di una tappa che ha visto uomini inzuppati affrontarsi a colpi di lama e gettarsi tè caldo addosso per riscaldarsi: le ferite ora sono cicatrici ben visibili su volti e muscoli.

Si supera la salita di Elvas in cima alla quale si vede Bressanone e dove è posta un roccia che si pensa sia miracolosa per la fertilità. Si scende e si risale, ora è il turno di Terento e dei suoi mulini ad acqua. Il gruppo davanti si spacca in mille pezzi e poi si ricompone. De Gendt al suo quindicesimo grande giro prova ad allungare con Antunes, che ha il nome di un alcolico ed è all’esordio in una grande corsa a tappe: la loro azione dura il tempo di uno schioppo.

Nel frattempo da dietro iniziano le manovre per difendere le posizioni di classifica; davanti Formolo sogna la rimonta in classifica, ma deve fare i conti con la Ineos che tira a tutta per Sivakov e cerca di arginare il distacco.

Da Brunico in poi la corsa impazzisce; energie poche, quando non pochissime come nel caso di Jungels: un lupo ferito. Scatti e controscatti, se fosse una partita di calcio sarebbe un match da tripla. Chi allunga, rimbalza: è il caso di Conci prima e Conti poi. Chi sta a ruota non finge, chi perde un passo dopo pochi secondi è già dietro a centinaia di metri.

Poi ecco Nans Peters, sguardo acuto e naso ingombrante: arriva da Grenoble, capitale francese degli sport invernali e in un tempio degli sport invernali ottiene la sua prima vittoria da professionista. Scatta, macina, allunga, non lo rivedranno più fino al traguardo. Mentre Chaves galleggia e chiude secondo, e Formolo e Masnada – in rimonta – fanno terzo e quarto, la corsa esplode anche nel gruppo maglia rosa.

La strada ai meno quattro si impenna anche sotto le ruote dei grandi di questo Giro; Hirt rompe gli indugi, López lo segue, ma poi sembra vivere l’ennesimo psicodramma, salvo poi chiudere a ruota di Carapaz. Chi lo capisce il colombiano a questo Giro? Nibali ha un profilo pungente, ma le gambe appesantite: se ieri Carapaz e Landa nel finale sembravano suoi alleati, oggi sono nemici mortali che si frappongono tra lui e la maglia rosa.

Landa, mani basse sul manubrio, attacca, e la sua non è una stoccata: è un vero e proprio affondo. Nibali ne fa le spese, Roglič è invece un metronomo: i due in compagnia del levriero Mollema chiuderanno a una ventina di secondi dal basco. Pochi spiccioli, ma che potranno pesare nell’economia della corsa. In mezzo a Landa e al gruppo Nibali arriva Carapaz che festeggia vestito di rosa il suo ventiseiesimo compleanno. L’ipotesi più plausibile è che fra quattro giorni potrà farsi un regalo alla vigilia inaspettato. Sabato sul Passo Manghen conosceremo forse tutta la verità.

Foto in evidenza: Twitter, Giro d’Italia

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.