Ci prendiamo la responsabilità di affermare che la stagione delle pietre è il momento più atteso da ogni appassionato di ciclismo. Maggio è il mese del Giro d’Italia: appuntamento caldo per i tifosi italiani, anche per quelli che seguono le due ruote in maniera meno ossessiva; a luglio esplode il tourcentrismo; a fine stagione c’è il Mondiale, corsa dal fascino intatto e dalle sue peculiarità: si difendono i colori della propria Nazionale, in premio si ha una maglia luccicante e distinguibile, ogni anno si corre su un percorso diverso. Ma lasciatevelo dire: non c’è niente come le corse del Nord; chiedetelo alla polvere, alle pietre, a belgi e francesi.

Percorsi sabbiosi e ricoperti di sassi, che quando va bene non si tramutano in fango e strade impraticabili: i più sadici suiveur sognano una Roubaix di nuovo interamente bagnata, fatto che non accade dal 2002 quando trionfò, ricoperto di melma come il mostro della palude, Johan Museeuw; corse anarchiche di difficile lettura, spesso spazzate dal vento, continui rimescolamenti, gruppetti e plotoncini, maschere di fango, cieli di piombo oppure azzurri fino all’infinito; tattiche del mattino che vanno a farsi benedire, imprevedibilità, epica.

Belgi, olandesi e francesi, ma anche tanti italiani potrebbero aiutare a riempire ulteriormente di aggettivi e sensazioni queste corse; con le loro imprese hanno sedotto il pubblico, e si sono fatti a loro volta ammaliare da gare che portano nomi dal suono acerbo, di capitali avanti di qualche decennio, corse che danno in omaggio asini o litri di birra, organizzate da quotidiani o disputate in mezzo a scenari che mai, per nessun motivo al mondo, andresti a visitare se non fossi un malato di ciclismo.

Il mix di pietre e asfalto, di muri in pavé, di polvere e fango, suggellano drammi, mascherano in esercizio da superuomini, fatiche incomprensibili ai più; ti possono fare cadere, ti bucano una gomma. Ti disarcionano e spazzano via. Possono essere trampolino di lancio o brusca sveglia a un sogno impolverato.

Su quelle strade sono state consumate imprese, si sono viste corse incendiate da un momento all’altro a cui è difficile dare un significato senza scadere nel banale o nella retorica. Si sono visti carneadi a pacchi, ma anche Coppi e Merckx, De Vlaeminck e Museeuw, Bartoli, Tafi e Ballerini, persino Bugno e Chiappucci, Boonen e Cancellara, Sagan e Gilbert, Van Avermaet e un domani chissà.

Da domani chissà: Van Aert, Moscon, Stuyven, Vanmarcke, Terpstra, Stybar chi più ne ha, li aggiunga a questa lista. Dall’Omloop Het Nieuwsblad, passando per Kuurne-Brussels-Kuurne, Dwaars door Vlanderen, E3 Harelbeke, Gand-Wevelgem, per poi chiudere tutto con la “Settimana Santa” del ciclismo: dal Giro delle Fiandre del 7 aprile alla Parigi-Roubaix del 14.

L’odore di birra appena spinata riempie le narici e si va a mescolare alla polvere, ottura i polmoni, brucia gli occhi, riscalda il sangue; sole o pioggia, migliaia di tifosi sono già assiepati con i loro camper e le loro sdraio, hanno tirato fuori piastre, griglie e bandiere. Ci sarà chi la guarderà da casa seduto in poltrona, chi si affaccerà dalla finestra perché un destino meno avverso gli ha dato in dono sangue belga o connotazioni francesi. La stagione delle pietre sta per iniziare e non ci vergogniamo a dirlo che sarà il momento più bello della stagione, chiedetelo alla polvere,  alle pietre, a belgi e francesi.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.