Marianne Vos è il più grande prodotto ciclistico degli ultimi trent’anni.

 

I quotidiani nazionali non sapevano cosa inventarsi per mascherare la partecipazione di una donna al Giro d’Italia 1924. La Gazzetta dello Sport riportava Alfonsin Strada da Milano, Il Resto del Carlino fu ancora più preciso: Alfonsino Strada. “È un uomo, allora”, e tutti tirarono un sospiro di sollievo. E invece alla partenza si schierò Alfonsa Rosa Maria Morini, per tutti Alfonsina, che da quando si era sposata giovanissima con Luigi Strada ne adottò il cognome. Seppur fuori tempo massimo dall’ottava tappa, Alfonsina Strada arrivò al traguardo di Milano tra gli applausi. Fu ultima di tappa soltanto in due occasioni e sembra che, se non si fosse fermata a firmare autografi e a soddisfare la curiosità del pubblico, avrebbe potuto fare ancora meglio. Alfredo Binda, che del Giro d’Italia è la stella più fulgida, arriverà sulle strade della corsa soltanto un anno più tardi.

Alfredo Binda viene da Cittiglio e Cittiglio è un paesino piuttosto fortunato. Se non fosse stata inventata la bicicletta, lo conoscerebbero soltanto i frequentatori della zona. Grazie a Binda, invece, Cittiglio è diventato tempio, santuario, luogo di pellegrinaggio. Una ventina d’anni fa, per rendere omaggio all’Alfredo e al ciclismo, si è iniziata a organizzare una gara aperta soltanto alle donne. L’Italia, paese profondamente maschilista, guarda lo sport femminile con gli stessi occhi coi quali gode del maschile, rimanendone inevitabilmente delusa. Che ci siano delle differenze nel chilometraggio e nelle medie registrate è sotto gli occhi di tutti: ma è davvero così importante? Ovviamente no, ma purtroppo per molte persone lo è. E allora via col confronto tra donne e uomini nel tentativo di sottolineare la bravura delle prime comparando i loro numeri con quelli dei secondi.

Quindi, per rafforzare il concetto, si dovrebbe dire che Grace Brown della Mitchelton-Scott ha una storia simile a quella di Michael Woods della Education First. Anche Brown viene dall’atletica e sale in bici tardi: si infortunava troppo spesso e immaginare un futuro le era impossibile. Aveva visto soltanto qualche Tour de France, poi una volta salita in sella capì che con un po’ di allenamento ed esperienza i meccanismi che non aveva capito vedendoli avrebbe potuto impararli sperimentandoli in prima persona. Al Trofeo Binda va in fuga e ci rimane per diversi chilometri, quanto basta alle più forti per scaldare la gamba e realizzare che al traguardo manca un’ora di gara. Dopodiché, avvalendosi ancora del modello maschile, verrebbe da affermare che gli ultimi due giri del circuito finale assomigliano tanto a una classica, a una tappa del Giro d’Italia o del Tour de France: attacchi e contrattacchi, rimescolamenti e ridimensionamenti, chi scappa in avanti e chi si stacca dal fondo.

Questo stupido gioco delle coppie perde di senso quando Marianne Vos si prende la scena. Se qualcuno prova il tutto per tutto, lei risponde con un nulla di fatto; quando le altre sognano, lei le sveglia. E quando, a cinquecento metri dall’arrivo, Floortje Mackaij con un solo giro di pedali ricongiunge i due gruppi principali lanciando allo stesso lo tempo la volata alla Rivera, Vos è già troppo avanti, intangibile. Le immagini che vengono riproposte tradiscono quello che è stato: sembrava una volata, che diavolo, e invece guarda che distanza tra le prime e tutte le altre, più che uno sprint ha tutte le parvenze di una caccia andata male. Vos avrebbe il tempo di scorrere il palmarès di Alfredo Binda o di ripercorrere la storia di Alfonsina Strada. Invece si limita a festeggiare in tre modi diversi: prima alza le braccia, poi trafigge l’aria coi pugni, infine rincara la dose col sinistro. In un’intervista rilasciata a Cyling Weekly qualche anno fa, Vos spiegava che corre per superarsi, non tanto per superare le altre. “Perché quando tagli il traguardo in prima posizione è bellissimo, ma il giorno dopo cosa ti resta?”, si chiedeva filosoficamente. Ed era talmente convinta di questo che ammise che vincere in solitaria o di un millimetro non le cambiava assolutamente nulla. Oggi, per andare sul sicuro, ai millimetri ha preferito i metri.

Il ciclismo femminile non ha più bisogno di appoggiarsi al movimento maschile. Vive di vita propria e brilla di luce propria. Che lo sport imbruttisca e rovini le donne è una storiella che funzionava a stento cent’anni fa, figurarsi oggi. E smettiamola, allora, di mettere in relazione questi due universi. Una costante necessità di approvazione non è forse il segnale più lampante di un complesso d’inferiorità? Le donne, di inferiorità, ne hanno sofferto per troppo tempo: a volte anche per colpa loro, spesso per colpa d’altri. Quindi, scevri da abitudini e stereotipi, fruiamo di quello che vediamo per quello che è. Il Trofeo Alfredo Binda è bello come il Trofeo Alfredo Binda, la storia di Grace Brown è bella come la storia di Grace Brown ed Elena Cecchini, quinta e prima italiana all’arrivo, non è veloce come Elia Viviani, ma come Elena Cecchini. E Marianne Vos è forte come Marianne Vos, che unisce il ciclismo sotto un’unica categoria, quella della classe, e che del ciclismo, adesso sì uomini compresi, è il più grande prodotto degli ultimi trent’anni.

 

Foto in evidenza: ©Caffè&Biciclette

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.