L’ultima volata a ranghi compatti prima dei Campi Elisi va a Ewan.

 

 

Nîmes è una fantasia di contrasti. Un pezzo di Roma Capoccia nel dipartimento del Gard, in Francia. L’appellano “Roma francese” e per qualche momento potresti credere davvero di essere nella città dei gladiatori: l’Anfiteatro, la Maison Carrée, la Tour Magne, la Porta d’Arles e il Tempio di Diana, a dispetto della sonorità d’eleganza francese, sono romani. Le pietre del Pont du Gard sono spiegazione plastica della romanità, storia e durezza. Ma la cifra di Nîmes è proprio questa somiglianza, discreta e svagata come le bambine sulle strade della città ad applaudire il gruppo che passa durante il Tour de France: donne in erba ma, in fondo, fanciulle dal profumo di culla. Nîmes è una ragazza dai colori delicati: bianco, arancio e azzurro. Una ragazza con cappello di paglia adornato da un nastro colorato proveniente da un’altra epoca. Nel naso il profumo dei biscotti di burro che si sfornano in città. C’è tocco di pastello, così lontano dai toni rossastri e intensi di Roma. Nîmes non è una piccola città ma sembra una miniatura di Avignone o di Arles. E tutto questo appare ancora più incredibile quando si pensa che quaranta chilometri più in là ci sono le saline di Aigues-Mortes: respiro della natura, tra fenicotteri e cavalli.

Quando la “caravane” del Tour de France vi arriva diventa parte del gioco di contrasti. C’è un senso di straniamento da queste parti, una sensazione che concorda perfettamente con ciò che la vista recepisce. Così Nîmes è partenza e arrivo. Ma ancora prima è stadio della libertà a dispetto del suo stemma. Sullo stemma di Nîmes un coccodrillo è tenuto legato a una palma: storia che ritorna, storia di Nemausus, dio celtico e antico nome della citta, colonia romana. Ma a Nîmes, dicono, ci sarà volata e gli uomini veloci non conoscono guinzaglio. La velocità è aria gettata in volto; non è la stagnante canicule che oggi avvolge il sud della Francia. All’arena di Nîmes si tengono le Courses camarguaises: corride diverse, più “gioco” che cruento passatempo. Ci sono coccarde, forse gialle per l’occasione, sulle corna dei tori che sfidano l’uomo. I velocisti oggi sono tori indispettiti: Nîmes è una delle ultime possibilità, poi solo montagne fino a Parigi. Le gambe vanno svegliate dopo il giorno di riposo ma è difficile scuotersi in questa monotonia imposta dallo stesso gruppo per preservare la possibilità di volata.

Alexis Gougeard, Paul Orselin, Stéphane Rossetto, Łukasz Wiśniowski e Lars Bak sono acqua da portare a ebollizione, per restare in clima. È una cinquina di contrastiani: alla ragione che suggerirebbe di starsene calmi in gruppo dato il finale scontato viene contrapposta la folle speranza. La stessa con cui apriva L’Équipe stamattina, guarda il caso: “Le Fol Espoir”, di Alaphilippe e di Pinot nel titolo. Un titolo che evoca ardore in un giorno di calma piatta. Anche questa è Nîmes. Il plotone è una signora con grembiule fiorato anni ’50 e mestolo che sorveglia la pietanza a bagnomaria. Jakob Fuglsang è un contrasto triste come le bocche del Gardon in autunno, come una caduta con una squadra a zero vittorie all’inizio dell’ultima settimana del Tour. L’ultima foglia di un giovane autunno. L’ora del pasto scocca ai meno due chilometri e inghiotte ogni possibile contrasto in cui potevano sperare i fuggitivi: il gruppo avvolge la fuga come il fuoco l’acqua.

Elia Viviani somiglia a Nîmes, è il contrasto sulla linea bianca. Potrebbe vincere, sembra vincere ma si dimentica di Caleb Ewan che, dal centro della strada, riemerge come lo scoppiettare dell’acqua dinnanzi a quella signora della campagna francese. Anche la volata è Nîmes: spezzata in due dal furore dei tori che sentono odore di sangue. Tanto certo il primo piazzato quanto rimescolati gli altri. A Tolosa, la scorsa vittoria di Ewan, era tutto così simile e così diverso. Era mezza estate lì e lo è anche oggi, in fondo. C’era una vecchia città sin troppo francese lì e c’è anche oggi. Ma oggi l’estate sembra più crudele e la città più bambina. Perché qui tutto stride e carezza. Come una volata vinta all’inizio della fine. Quella di Ewan che, vincendo all’inizio dell’ultima settimana da stasera penserà con desiderio a Parigi. Come una volata persa alla fine dell’inizio. Quella di Viviani che, perdendo quando ormai siamo alla fine del Tour, da stasera penserà con rabbia a Parigi.

 

Foto in evidenza: ©UCI, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/