Nibali ci prova, ma Carapaz si difende con l’aiuto di Landa.

Si dice spesso, quando una circostanza della realtà sembra assumere connotati mistici, inspiegabili con il freddo raziocinio, si dice appunto che “sembra un film”. La tappa di oggi, che ha portato la Corsa Rosa da Lovere a Ponte di Legno, non sembrava tanto un film, quanto un’epopea mitologica, un tessuto di racconti epici intersecati tra loro, un collage che nemmeno il rapsodo più virtuoso sarebbe stato capace di ricamare.

Il menù avrebbe dovuto prevedere, in rapida sequenza, Gavia e Mortirolo, un binomio terrificante soltanto a leggerlo. Tuttavia, la neve ha impedito che si scalasse la Cima Coppi di questo Giro (il Gavia), lasciando ai partecipanti più spazio nella pancia per la pietanza principale (il Mortirolo). Difficile trovare una metafora migliore del cibo per descrivere l’appeal di una montagna, perché quando un ciclista deve recuperare terreno, quando un uomo di classifica deve rincorrere, deve farlo per forza in montagna e più è ardua l’ascesa, più sono le possibilità di sferrare un attacco decisivo ai fini della corsa. Il Mortirolo è proprio appetitoso, succulento.

Il discorso relativo alla vittoria di tappa esclude, relativamente presto, i big della gara. In fuga vanno in ventuno, quando si comincia a salire il plotoncino si screma fino a che restano in quattro: Ciccone, Hirt, Nieve e Caruso.

Dietro, la Bahrain prova a fare l’andatura, ma senza Caruso è dura, le pendenze del Mortirolo sono spaventose, bisogna avere l’acquolina in bocca, e infatti. La rasoiata di Nibali apre le danze; è un attacco di quelli portati per fare il vuoto, un paio di pedalate e sia Landa che Carapaz capiscono che seguire lo Squalo è fuori questione. Il linguaggio del corpo è lapidario: un uomo in missione che impone timore reverenziale.

Ventoso, veterano della CCC, componente della fuga del mattino, vede questo matto passare al doppio della sua velocità. Non può fare a meno di offrirgli la borraccia. È il gesto che farebbe un essere umano che si accorge che sta succedendo qualcosa di grande. Racconterò ai miei nipoti che ti ho passato una borraccia quella volta sul Mortirolo. Una roba simile, la necessità di partecipare a un momento decisivo.

I due Movistar non vanno fuori giri, Miguel Ángel López è indecifrabile, non si capisce mai se stia bene o meno, prima perde qualche metro poi lo recupera, poi scatta, non si capisce nulla. Roglič, d’altro canto, è un libro aperto. I telecronisti Rai continuano a dire che è un robot ma lui con i Dumoulin e i Froome non c’entra niente. È semplicemente il paragone più facile, ma lo sloveno non ha quel tipo di calma, di serenità esistenziale, se si stacca vuol dire che quello è il suo ritmo e che se gli altri non rallentano li rivede al traguardo.

Nibali sembra davvero in grado di andare da solo, sulla strada trova anche il fratello Antonio che lo scorta per qualche centinaio di metri, davanti imperversa la bufera. Non è una metafora; sul Mortirolo si abbatte una pioggia omerica. Nieve e Caruso non riescono a tenere le ruote di Hirt e Ciccone, l’abruzzese mette in ghiaccio la maglia azzurra, non riesce a mettersi la mantellina prima di iniziare la discesa e allora via, rimedi casarecci, recupera un foglio di giornale e speriamo di non prendere troppo freddo.

La Movistar non sbaglia niente, Landa e Carapaz non si fanno prendere dal panico e rinvengono sullo Squalo a ridosso della vetta. Roglič sprofonda, ma non alza bandiera bianca. La bufera non accenna a diminuire, le strade sono una piscina, la discesa diventa uno stallo inevitabile quasi per tutti. Fortunatamente non ci fanno vedere la discesa del capitano della Jumbo perché altrimenti i cardiopatici davanti al televisore ce li saremmo giocati sul momento. Recupera più di venti secondi a tutti, il sottoscritto avrebbe avuto paura di fare quella discesa, in quelle condizioni, a bordo di una Jeep 4×4. Roba da pazzi.

La giornata però è e rimane grigia. Appena ricomincia il falsopiano il gap torna a essere pesante, merito soprattutto di un Damiano Caruso in condizioni strepitose. Per regalare secondi a Nibali si reinventa passista; per quanto ne sappiamo potrebbe reinventarsi anche architetto o chirurgo se servisse ad aiutare la causa del suo capitano. Elemento indispensabile se ce n’è uno.

Davanti, Hirt vorrebbe lasciare tutto il lavoro sporco a Ciccone, che, nonostante il giornale, batte i denti per tutti gli ultimi quindici chilometri. Freddo polare. Poco male, gli Dei del Ciclismo guardano tutto, la volata è un assolo dell’abruzzese. Si volta, alza le braccia al cielo, lancia via gli occhiali, caccia un urlo liberatorio, il suo Giro d’Italia ha le fattezze di un capolavoro.

Dietro ci sono da registrare due cose principali: Nibali è in ottima forma, Carapaz e Landa corrono a meraviglia insieme. Roglič  accuserà più di 1’20’’, Yates dirà addio alle sue ambizioni rosa, a giocarsela fino alla fine saranno quei quattro. Un ecuadoregno, un italiano, uno sloveno e uno spagnolo. Che bello il ciclismo moderno (e non provate a dire che manca di epica).

Foto in evidenza: Claudio Bergamaschi