Di chi è la testa che rotola a valle

Daryl Impey si mette in proprio: al Tour de France esulta l’Africa.

 

 

C’erano tutti i presupposti per vivere un’altra tappa all’insegna dello spettacolo – perlopiù francese, ovviamente, ma lo spettacolo è transnazionale: c’era la data, il quattordici luglio; c’era il percorso, se non esigente quantomeno nervoso e insidioso; c’era la sede d’arrivo, Brioude, il paese di Romain Bardet, che alla partenza affermava che si sarebbe appellato al suo istinto per provare a vincere, dato che avere la possibilità di trionfare sulle strade di casa nel giorno della festa nazionale francese non capita spesso; e c’era lo stato di forma di Alaphilippe e Pinot, i corridori transalpini del momento. E invece, tra pronostici, supposizioni e suggestioni, la nona tappa del Tour de France 2019 è sembrata una riproposizione de Il nome della Rosa, tra santi e martiri, dilemmi e vittime.

Se San Giuliano fosse nato oggi, sarebbe stato un attaccante coi fiocchi. Quando Crispinus lo mise nel mirino perché cristiano e militare, prendendo così alla lettera l’ordine di Galerio e Diocleziano, Giuliano da Brioude inscenò una fuga che durò diverse tappe: prima in Alvernia, poi nella valle del fiume Allier, dunque a Bourg Saint-Ferréol; infine, dopo un coraggioso contropiede notturno, venne braccato in un bosco sacro, vicino ad una sorgente, e decapitato. Non abiurò mai e forse anche per questo è uno dei più venerati santi francesi. Se Giuliano da Brioude fosse nato oggi, se non altro gli sarebbe andata meglio; il gruppetto che si avvantaggia nella Saint-Étienne-Brioude non è dei più raccomandabili, ma per quanto opportunisti nessuno di loro ha tendenze giustizialiste.

La scia di sangue che lascia la processione più tranquilla del Tour de France 2019 è incredibile. Vuillermoz ha perso pezzi di maglia e di pelle ovunque, De Marchi purtroppo la possibilità di correre come piace a lui: in bocca al lupo, per quel poco che gliene importerà. Via via, iniziano a rotolare teste d’un certo peso: Boasson Hagen, Tony Martin, Clarke; Pöstlberger si decapita da solo, mentre Soler, Roche, Stuyven, Naesen e Tratnik rimandano l’esecuzione fino al momento irreparabile. La mano più ferma e affidabile – dunque la gamba più fresca e scalpitante – ce l’ha Impey, che a Benoot aveva mandato dei segnali fin dalla seconda salita di giornata, quando gli aveva soffiato il passaggio al gran premio della montagna più per ripicca e orgoglio che per necessità: la Lotto Soudal ha fatto incetta di teste, ultimamente, e adesso è il turno degli altri.

La ghigliottina di Benoot viene da lontano: dal Sudafrica e ha i tratti tagliati con nettezza del volto di Impey. Benoot ha un forno al posto della bocca, spera d’immagazzinare più aria possibile per ossigenare i muscoli e cambiare l’esito d’una volata scontata. È uno sprint tra condannati: Benoot è stanco morto, Impey vince soltanto perché l’altro, oltre ad essere più lento, sta pure peggio. Impey non crede nemmeno d’aver vinto, Benoot ha perso proprio perché non c’ha mai creduto davvero. L’essenza di questa volata è nella gestualità di Impey: per vedere dov’è il belga si gira dalla parte sbagliata, stringe la bicicletta coi ginocchi come se questa durante l’esultanza possa disarcionarlo. È un’esplosione di gioia un po’ goffa, ma per l’unico risparmiato dalla mattanza può andare bene così.

Non ha abiurato Yoann Offredo, il corridore che negli ultimi giorni ha incontrato le difficoltà maggiori: oggi è caduto prima della partenza, ieri rimase attardato fin da subito facendo temere il peggio; sulla sua strada ha trovato prima Laporte, che come lui stava male ma che a differenza sua ha abiurato, e poi Bak, vecchio saggio che tra una lamentela e un incoraggiamento gli ha fatto compagnia fin sul traguardo. “Il Tour de France può abbandonarmi per strada, ma io non abbandonerò mai le strade del Tour de France”, ha chiarito Offredo. Se gli tagliassero la testa, continuerebbe a parlare lo stesso; se gli tagliassero le gambe, continuerebbe lo stesso a pedalare.

 

 

Foto in evidenza: ©Le Tour de France UK, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.