Al Tour de France 2019 è – finalmente – l’ora di Matteo Trentin.

 

Incessanti rivoli d’acqua scivolano in silenzio, una lieve ma costante pendenza. Per quattro – cinque secoli. Pont du Gard, manifesto mondiale dell’ingegneria romana nel suo maestoso augusteo acquedotto; Pont du Gard patrimonio UNESCO e partenza della frazione odierna da cui si dipana la tappa che affluisce, al contrario delle vene idriche, ai monti, alle Alpi dove si decide un Tour de France fluido anch’esso, pieno di incertezza e speranze.

Così i ciclisti, perpetui e apparentemente languidi sgorgano oggi in un giorno di intermedio cammino, di fragoroso sole. Scorrono, corrono, ultima chance per i maestri della fuga, ghiotta occasione prima delle cavalcate sui costoni alpestri, danza d’assalto e d’asfalto che difatti non sfugge a una teoria di corridori che sin dal principio romba e prende la testa per far sua la frazione di Gap. Un torrente in piena animato dal solito De Gendt. E lungo i fondovalli alpini che collegavano ai tempi di Agrippa e del suo acquedotto Torino a Nîmes e alla Valle del Rodano, i legionari dei tempi nostri vanno con loro fardello di ferraglia ed esplorazione: oltre trenta, Van Avermaet, Roche, Stuyven, Teuns, Herrada, Fraile, Clarke, Izagirre, Mollema, Meurisse, Asgreen, Politt, Scully, Gougeard, Skujiņš e altri, soprattutto tanta qualità. Tre italiani, Oss, Trentin e un pimpante Pasqualon che passa primo al traguardo volante.

Lievi salitelle, momenti di stasi, ancora caldo – per fortuna meno umido di ieri -, mentre si levigano chilometri pensando a domani in un gruppo tirato da una blanda Deceuninck. La fuga scorre verso la Provenza guadagnando minuti: “La mia maglia gialla è appesa a un filo”, ha dichiarato Alaphilippe poche ore prima, fra tenacia e preoccupazione; intanto i monti si avvicinano, bianchi all’orizzonte come idoli.

I campi di lavanda cullano la carovana, quando la vecchia acqua romana solo ricordata, si fa vero temporale estivo francese. Grandi strappi dal cielo, benedetti momenti di refrigerio sui ragazzi in fuga con un vantaggio ormai prossimo ai tredici minuti. Venti chilometri di fresco diluvio, poi di nuovo luglio.

Si avvicina Gap, luogo d’arrivo, elegante e rannicchiata cittadina alle pendici alpine che oggi accoglie il plotone con le sue piazzette ricche di espressioni neogotiche, marciapiedi silenziosi, una natura splendida tutt’intorno a incamerare il boato del Tour lungo la Francia intera. Vi si giunge dalla discesa che segue il tutt’altro che impervio Col de la Sentinelle, un tuffo, una cascatella fino alle flame rouge.

Il fiume della fuga che ha lasciato i vecchi ruderi romani esonda lungo le vallate fra il Delfinato e la Provenza: King, Izagirre, Trentin, Van Avermaet, Asgreen, Skujiņš, Laengen, Scully, Périchon e Oss, primi fiotti che rompono prepotentemente i trenta e più attaccanti.
Nuovamente ai meno quindici si cerca lo strappo e altri dieci perdono pezzi, si fanno gocce sparse sull’ultima ascesa, limpide, come limpida è la classe di Matteo Trentin che ai piedi dell’ultima salita, maglia aperta sul petto, tenta l’allungo. Dietro insegue il solo Périchon, poi Asgreen, ma è troppo tardi: il campione europeo è imprendibile.

Braccia alzate tutto solo, quando avrebbe benissimo potuto attendere i compagni di fuga e domarli con buone probabilità in una volata ristretta. Ma la gamba era questa oggi, senza possibilità di scampo per nessuno.
Dietro il gruppone ristagna in un caldo d’afa, nervoso di vigilia con qualche screzio fra Jumbo e Ineos poco degno di nota lungo l’ascesa. E si giunge al tombolo di Gap frusciando piano.

Sipario e applausi, tanti, meritati per Matteo Trentin in una frazione di memorie acquatiche, eppure bollente. Le Alpi attendono nel loro millenario silenzio, Alaphilippe da domani dovrà capire quanto resistente è quel filo che cuce la trama dei suoi sogni in giallo. Il grande mare chiamato Parigi attende.

 

Foto in evidenza: ©Le Tour de France UK, Twitter