Pascal Ackermann trionfa a Fucecchio nel giorno che celebra la Toscana.

 

Ripensando alla quantità di tifosi e appassionati presenti lungo il Colle della Guardia e alle parole che girano da quando Hiroki Nishimura è finito fuori tempo massimo, alcuni dubbi mi tormentano. Hiroki Nishimura, uno dei due giapponesi alla partenza del Giro d’Italia 2019, ha accumulato oltre quattro minuti e mezzo di ritardo da Roglič, venendo dunque eliminato dalla corsa. Sho Hatsuyama, suo connazionale e compagno di squadra alla NIPPO-Vini Fantini-Faizanè, è arrivato centosettantesimo, entro il limite non senza difficoltà. Attraverso un comunicato, la squadra ha spiegato che, per colpa dell’emozione, Nishimura non ha chiuso occhio durante la notte e si è trovato imballato e impaurito al via della prova.

Ora, finché si critica l’operato del corridore e della squadra senza sbavare dalla bocca come bestie, non si commette un sacrilegio: probabilmente Nishimura non era davvero pronto, ha viaggiato un minuto più lento del penultimo e dopo tante lamentele la NIPPO-Vini Fantini-Faizanè non ha fatto una bella figura. Ma perché, ecco dove mi arrovello, affermare che Nishimura non ce l’ha fatta perché è l’unico pulito, quindi il solo credibile? Quante menti del genere c’erano ieri lungo il Colle della Guardia? È possibile che chi si accampa per applaudire il gruppo e chi crede che il più pulito abbia la rogna siano la stessa persona? Io mi chiedo cosa spinge un cristiano a seguire il ciclismo pur non credendoci. Evidentemente non bastano i controlli, non bastano i risultati, le regole ferree che ogni corridore deve rispettare; non è servita a nulla la richiesta di Campenaerts, che durante il soggiorno in Namibia per preparare il record dell’ora implorò le istituzioni di controllarlo per non lasciare margine di manovra ai complottisti, pronti ad accusare un atleta per aver scelto una località esotica e lontana e quindi perfetta per certe pratiche. Finché si continuerà a spacciare la cattiveria per competenza e il cinismo per disincanto, la rotta sarà sempre sbagliata.

La seconda tappa del Giro d’Italia, al contrario, non mente: da Bologna a Fucecchio, duecentocinque chilometri e un’altimetria più difficile in teoria che in pratica. È la frazione dedicata a Gino Bartali, che attraversa la Prato di Curzio Malaparte e che lambisce la Vinci di Leonardo, il cui genio sarà omaggiato con la partenza di domani. Fucecchio, tuttavia, è il luogo in cui è nato e riposa Indro Montanelli, venuto al mondo nel 1909, pochi giorni prima del Giro d’Italia. Montanelli s’appassionò alla bicicletta grazie alle storie del nonno, Emilio Bassi, che di Fucecchio fu anche sindaco. Gli raccontò di quella volta che, con alcuni amici, andò da Firenze a Trieste tornando estremamente diverso: aveva un baffo in meno e il labbro gonfio per colpa d’una brutta caduta. Ma è con Giuseppe Panicacci detto Stoppa che il giovane Montanelli va sulla strada. A Stoppa piace talmente tanto Girardengo che, quando lui smette, lui va in Argentina. “Senza la felicità”, dice Stoppa a Montanelli, “un posto vale l’altro per vivere”. Nel 1947, a trentotto anni, il “Corriere della Sera” offre a Montanelli un’occasione irripetibile: seguire il Giro d’Italia. Lo racconterà così bene da meritarsi il privilegio anche l’anno successivo. Il giornale gli mette un solo vincolo: non può occuparsi di politica. Lui, ovviamente, aggirerà il patto con un pretesto memorabile: la corsa di bicicletta più bella d’Italia.

©Claudio Bergamaschi

Se Montanelli seguisse la tappa di oggi, applaudirebbe Bidard, Frapporti, Ciccone, Clarke, Cima, Maestri, Owsian e Bennett per la loro smania di “disobbedire sempre, anche nel Giro d’Italia. È solo così che si mandano all’aria le dittature dei capitani”, come fece nel 1948 per Menon, che si guadagnò l’appellativo di “anarchico” e una riga stupenda: “gran ventura per il Giro che agli ordini tirannici di Bartali ci siano ancora dei Menon riottosi”. Allora si studiavano anche una volta, allora perfino Bartali bluffava e temporeggiava, dunque non sono soltanto Dumoulin, Nibali, Yates, López e Roglič ad attendere pendenze peggiori.

Pascal Ackermann, al contrario, non aspettava altro: ha vinto la prima volata disputata in carriera in un grande giro. La felicità supera la commozione, con gli occhi che gridano di gioia cerca ogni compagno di squadra per ringraziarlo. Ackermann, un metro e ottanta per ottanta chili, è appagante da vedere: robusto, ritto sui pedali, sciaborda la bicicletta come una bustina di zucchero. Al termine della scorsa stagione si era dimostrato sicuro: “Nonostante Sagan e Bennett, alla BORA-hansgrohe c’è spazio anche per me”. Per farlo debuttare al Giro d’Italia, la squadra ha lasciato a casa proprio Bennett, tre tappe lo scorso anno, uno degli uomini veloci più quotati del gruppo. E pensare che Ackermann è stato messo in bici più per volontà dei genitori che sua: alla prima gara, infatti, piangeva disperato. Poi, furbo, si lasciò consolare dalle dolci parole dei genitori e dalla bellissima sensazione che si prova trionfando spesso e volentieri.

La Bologna-Fucecchio è andata, un altro Giro d’Italia è entrato nel vivo, la storia si rinnova un’altra volta. Curzio Malaparte, un trasformista alla Jalabert, avrebbe senz’altro preferito la vittoria d’un toscano, lui pratese fermamente convinto della superiorità toscana nei confronti di una qualsiasi altra popolazione. Indro Montanelli, per quanto pungente e ficcante, sarebbe stato più poetico. “Chi non ha conosciuto il Giro”, scrisse in chiusura dell’ultimo servizio del 1947, “è come chi non ha conosciuto suo nonno”. E pomeriggi davanti al televisore, chiedere quanto manca all’arrivo e per che ora arriveranno, scommettere sul vincitore di giornata, tentare di riconoscere luoghi: il Giro d’Italia è un intramontabile romanzo di formazione.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.