Nairo Quintana vince a Valloire, Julian Alaphilippe scricchiola ma non crolla.

 

 

Alla partenza da Embrun, sul bus della Jumbo-Visma sono saliti degli ispettori dell’antidoping; avevano avuto qualche contrattempo e quando sono arrivati all’albergo della squadra non l’hanno trovata, dato che si era già mossa per raggiungere la partenza. Il Tour de France ha passato dei quarti d’ora migliori: non che sia successo qualcosa di particolare, beninteso, ma si sa quanto poco possa bastare per innescare una girandola di orticante simpatia. E poi si infrange il protocollo, ci sono pur sempre delle tradizioni da rispettare e una reputazione da difendere: mica volete mettermi in ridicolo davanti a tutti, vero? Ovviamente, i più disponibili sono stati Bennett, De Plus e Kruijswijk, i tre corridori chiamati in causa.

Alla partenza da Embrun c’erano anche Rowe e Tony Martin, ma a loro è andata male: il ricorso presentato è stato respinto e la squalifica confermata. Espulsi perché nel finale della tappa di ieri si sono ostacolati, tagliati la strada, punzecchiati – mettiamoci pure qualche manata. Ma, come scrivevamo poc’anzi, ci sono protocolli, tradizioni e reputazioni da tutelare, le immagini vanno in tutto il mondo, qual è il messaggio che vogliamo far passare? Alcuni corridori del gruppo, interpellati a riguardo, la pensano diversamente: Kluge dice che le telecamere catturano a malapena qualche momento; Grøndahl Jansen riconosce che il gruppo è formato sostanzialmente da centottanta idioti che inseguono lo stesso obiettivo, dunque può darsi che ogni tanto qualcuno perda la trebisonda; Bennett, infine, afferma che secondo questo criterio a Parigi non dovrebbe arrivare nessuno. Come sempre – diciamolo, perché tutto sembra sempre ovvio e poi non lo è affatto – gli unici che tirano giù la maschera sono sempre loro: i corridori.

Il Tour de France è irrimediabilmente borghese: l’idea di poter passare male agli occhi degli altri gli leva il sonno, d’altronde nelle famiglie migliori non deve succedere mai niente. I ciclisti, invece, non hanno tempo per pensare a come appaiono: bene o male, riposati o stanchi, in forma o affaticati, il loro mestiere è uno solo. E allora un applauso ideale – ma anche pratico, se vi possono sentire – a Trentin e Van Avermaet, due ragazzi che hanno le gambe d’acciaio e il volto intagliato nella fatica: sgomitano nelle classiche, si buttano nelle volate e provano ad anticipare gli altri sui Pirenei e sulle Alpi. E una pacca sulla spalla anche a Quintana e Bardet, che non saranno diventati ciò che sembravano poter diventare, ma quanto impegno stanno mettendo per far sì che il loro Tour de France assomigli il più possibile all’idea dello stesso che si erano fatti.

Le maschere cadono anche nel salotto dei favoriti: Bernal accetta il rischio di saltare, Thomas invece non può ammettere a se stesso che la sua squadra – e la sua estate – possa sfuggirgli di mano; Kruijswijk e Buchmann se la tolgono soltanto per vedere quello che succede, ma poi la indossano di nuovo, mentre Pinot ha sostituito quella della superiorità con quella della normalità. Alaphilippe è il corridore che l’ha gettata prima di tutti: con la scusa che non era venuto per vincere il Tour de France, rimane in maglia gialla a tre giorni da Parigi; d’accordo, in salita non vale gli altri, infatti domenica si è staccato e oggi ha sofferto. Ma cosa potremmo chiedergli di più? Di vincere la corsa, ovvero quello che gli chiedono i francesi – e non solo, diciamocelo. Una corsa che soffre ancora di manie di protagonismo, le cui paranoie arrivano all’estremo, infatti non può e non deve esistere un corridore più grande del Tour de France. In linea di massima potremmo anche essere d’accordo con quest’ultima affermazione, anche se senza corridori il Tour de France sarebbe una gara automobilistica o che so io. Dei ciclisti professionisti dovremmo ricordarcene un po’ più spesso.

 

 

Foto in evidenza: ©Le Tour de France UK, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.