Il passato e il debutto tra i professionisti di Rasmus Byriel Iversen.

 

Per entrare nel professionismo, Rasmus Iversen non avrebbe potuto desiderare una squadra più adatta della Lotto Soudal. Il danese, troppo pesante per andare forte in salita e troppo lento per sperare di brillare in volata, ha il piglio dei nuovi compagni belgi, costretti a scompaginare le carte in gioco per confondere il mazziere.

L’unico capitano riconosciuto è Ewan: per tutti gli altri, la speranza di un giorno perfetto che sorrida un po’ più a loro e un po’ meno al gruppo. Iversen ha già scelto chi osservare con attenzione: Benoot. Se ne innamorò lo scorso anno, dopo averlo visto solcare gli sterrati senesi. Introiettò quell’esperienza talmente bene da riproporla pressoché identica un paio di mesi più tardi sempre in Toscana. Attaccò su un tratto di strada bianca a sessanta chilometri dall’arrivo, sprezzante della fatica e della paura. Sul traguardo, tagliato un minuto e quaranta prima del secondo, si rese conto che i modelli servono proprio a questo: a migliorarsi, ispirandosi a essi.

Eppure, soltanto un paio d’anni fa, il sogno di Rasmus Iversen sembrava irrealizzabile. Soltanto pensare al professionismo appariva ridicolo e arrogante. A qualcuno dovrà pur toccare un sogno sbagliato.

Il danese, non ancora ventenne, faceva il benzinaio. A volte cominciava alle quattro per staccare a mezzogiorno, altre invece tirava dritto dalle tre di pomeriggio fino a mezzanotte. Durante l’estate del 2017 mise corpo e mente a dura prova. Tra lavoro e allenamenti, novanta ore settimanali della sua preziosissima vita di giovane volavano via. In bicicletta non rendeva, e non poteva essere altrimenti. Il titolare gli lasciava dei giorni liberi per partecipare alle gare, certo, ma Iversen ci andava e arrancava.

Come Bukowski o Carver, che sognavano di diventare scrittori ormai quarantenni, divisi tra una sbornia, un divorzio e un lavoro che li stava avvelenando, Rasmus Iversen credeva in un sogno troppo grande, praticamente irraggiungibile.

La General Store, a riprova del fatto che qualcuno che in Italia capisce di ciclismo c’è ancora, ha provato ad immaginare cosa potesse fare Iversen se si fosse dedicato giorno e notte alla bicicletta. Ci pensava da tanto tempo anche lui. Ha accettato l’offerta consapevole di cosa l’avrebbe aspettato in Italia: corse vere, un ambiente serio, una dieta fatta di insalata e carne bianca che male si conciliava con gli hot dog che il danese era costretto a ingurgitare tra un pieno e uno scontrino.

Dopo qualche lecita difficoltà iniziale, Iversen ha capito che le gare di ciclismo funzionano allo stesso modo in tutto il mondo: unendo allenamento, talento e furbizia, spesso e volentieri si finisce davanti. Ha iniziato a vincere ad aprile, ha continuato fino ad ottobre: nove affermazioni. Dopo la quinta, Manuel Quinziato ci ha scambiato due parole. L’unico residuo di quella conversazione è una promessa: passerai professionista.

Quando la Lotto Soudal rilasciò il comunicato ufficiale, a Iversen si inumidirono gli occhi: i tempi in cui, sovrappeso, faticava nelle corse danesi, erano finalmente lontani.

Rasmus Iversen ha debuttato con la maglia della Lotto al Trofeo Ses Salines, Mallorca. Ha vissuto una giornata da autentico protagonista: ha propiziato la fuga, ha fatto la sua parte tirando ad intervalli regolari, ha conquistato la classifica dei gran premi della montagna ed è stato premiato come corridore più combattivo. A venticinque chilometri dal traguardo, le energie del gruppo hanno avuto la meglio su quelle dei fuggitivi.

Iversen, contento della sua prova, stava stringendo i denti quando si è ritrovato a terra. Nei suoi orecchi il lamento di Landa e di un destino infausto, addosso il dolore di una clavicola andata. La prima corsa da professionista di Rasmus Iversen si è conclusa su un letto d’ospedale. Abbassando lo sguardo sul tutore e sulla divisa della Lotto Soudal che stava ancora indossando, Iversen ha concluso che la pompa di benzina era un dopocorsa peggiore, meno doloroso ma più pesante. E ha constatato quanta vita possa esserci in appena un anno.

 

Foto in evidenza: @Rasmus Iversen, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.