Annemiek Van Vleuten iridata, precede Van Der Breggen e Spratt, dopo più di 100km di fuga solitaria.

 

Bradford e Harrogate, oggi, potrebbero essere Zenobia de “Le città invisibili” di Italo Calvino. Non sapresti dire se siano città felici o infelici ma, in fondo, non si dividono così le città. Le città si dividono tra quelle che attraverso gli anni riescono ancora a dare la loro forma ai desideri e quelle nelle quali i desideri, se non riescono a cancellare le città, ne sono cancellati.

A sprazzi sembrano invece lo sfondo perfetto per una storia di Jane Austen: un’Inghilterra elegante e maestosa, fra le pagine di un libro aperto su un tavolino di mogano di qualche pub, dalla cui vetrina traluce la corsa o quel che ne resta, alle cinque del pomeriggio. L’ora del tè. Là fuori, il mondo: i bambini danno la forma dei loro desideri alla città; non la vedono per quello che è ma per quello che vorrebbero fosse.

Il loro dettaglio preferito è l’iride. Resta sui cappelli, sui guanti, sui giubbotti, sulle magliette e anche su qualche giocattolo. Gli anziani forse i desideri li hanno vissuti e ora vivono la città: tengono stretti i nipoti per timore che attraversino la strada, rimboccano le giacche, scrutano il cielo mentre la luce piange negli occhi e leniscono qualche sbucciatura di un gioco troppo azzardato. Gli adulti sono la perfetta commistione tra desideri e città: scuotono campanelli e tutto ciò che provochi rumore, gridano nomi, bevono birra, si agitano e si fermano a pensare ad ogni crocicchio di strada. Tra il verde ispessito dei campi, il puntinismo dell’architettura inglese, la serialità delle porte e la tipicità dei cancelli, dei muretti e delle vetture.

Le città sono un segno. Una parte di senso dell’essere umano. Per questo c’è un velo sotto il casco di Latefa Alyassen, atleta del Kuwait: testimonianza di un’identità. Per questo Lizzie Deignan si guarda attorno quando arriva a Otley, la sua città natale. Ciò che è seme del tuo germogliare può essere amato o detestato, ma resta tale. Devi farci i conti. Forse anche per questo quando si arriva a Lofthouse c’è la Gran Bretagna in testa. Perché nel proprio luogo si vuole vedere ed essere visti. Magari riconosciuti.

L’altra parte di senso viene dall’essere usciti dal vuoto, dall’essere immersi in un mondo che, comunque vada, ti tange, ti rende migliore o peggiore, ti inquina ma sicuramente non ti lascia lì, dove sei nato, per caso o per fortuna, senza battere ciglio. Lo sa Hoi Ian Au, l’atleta di Macao che si stacca dopo neanche mezz’ora di gara: eppure, a ben vedere non è corrucciata o triste. Dalle sue parti esercitare la spensieratezza è virtù. Lo sa la nostra Elisa Longo Borghini che viene dal Verbano-Cusio-Ossola, una zona in cui si parla poco e si fanno i fatti…sarà la concretezza delle montagne così vicine. Si fanno i fatti anche se ti ritrovi a inseguire in un gruppo di una decina di atlete in cui la più forte, Anna van Der Breggen, è in squadra con “quella là”, quella che è scattata ai meno 105 chilometri dal traguardo e sta lì solo per “rompere i cambi”.  Si fanno i fatti perché sei cresciuta così, perché spesso sei stata sfortunata ma su quella bici non sei mai salita alla leggera.

Quella là, quella davanti, è Annemiek Van Vleuten. Da ragazza si dilettava di equitazione e calcio: sì, da ragazza perché ora Van Vleuten ha trentasei anni. Ma Van Vleuten non è quello che è perché gli anni, come cerchi concentrici sul tronco di un albero, ne hanno costruito la trama. Gli anni di Van Vleuten, quella trama hanno rischiato di distruggerla, di mandarla al diavolo. Van Vleuten quel discorso riguardante il mondo che ti sbatte in faccia l’imprevedibile lo ha sperimentato sulla sua pelle fino a convincersi che, forse, l’unica imprevedibilità più vasta di quella del mondo è quella degli esseri umani.

Per questo ha senso crederci. Ha senso anche se, normalmente, quando scatti guadagni minuti in batter d’occhio, mentre oggi, dopo i primi cinquanta secondi, il cronometro non si muove di un passo, per chilometri. Perché, a patto di essere pronti, solo gli esseri umani possono toccare e smussare il mondo come questo fa con loro. La pedalata dell’americana Dygert è della stessa forma: lei ha vinto la prova contro il tempo. Quale miglior artificio del tempo per capire che dal circostante si è costruiti e distrutti e che il circostante si costruisce e si distrugge. È la sostanza ad essere diversa, ad impedirle di andare a riprendere l’olandese, fino a ieri sera e per sempre, o se preferite la campionessa del mondo, da stasera per un altro pezzo di tempo davanti a Van Der Breggen e Spratt.

Perché, per tornare a Calvino, nemmeno le persone possono dividersi tra felici e infelici: stati d’animo che, se totali o assoluti, sono patologici. Perché il senso delle persone è nella possibilità di cambiare. Nel pensare alla futuribilità di se stessi e del circostante. Credere in quella progressione è stato credere nella speranza. Questo è il senso di Annemiek Van Vleuten iridata.

 

Immagine di copertina: ©Granada

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/