Nella prima volata del Tour, spunta a sorpresa l’ex ciclocrossista Mike Teunissen.

 

Nel centro storico di Bruxelles c’è un ragazzetto che fa pipì: è il Manneken Pis. Sulle pagine della Gazzetta dello Sport del 3 luglio del 1949, Gianni Brera scriveva: “E se tu arrivi a Bruxelles […] ti invitano a vedere il Mannekenpis, miracoloso putto protettore che di volta in volta si veste secondo gli avvenimenti richiedano: ieri da studente matricolino, oggi da recluta, da sportivo, oppure come è avvenuto durante l’occupazione tedesca, da Adolf Hitler, per irridere al tiranno“. Quel giorno il putto miracoloso zampillava pipì vestito di giallo. Quel giorno Eddy Merckx, ieri tiranno, oggi splendido ex corridore considerato il più grande di tutti i tempi, aveva quattro anni e girava con la sua prima bicicletta. Il tutto mentre Coppi e Bartali studiavano come ribaltare la corsa ai danni di Lambrecht e del giovane Marinelli.

Settant’anni dopo il Tour de France parte dalla capitale belga. Mentre Merckx, osannato e celebrato in questa Grand Départ, guida, come un tempo, in testa al gruppo, zampillano i sogni dei corridori e ci si immaginano ribaltamenti, fughe, attimi di gloria. Sono in tanti al via, ma non ve li elenchiamo tutti, state tranquilli.  Tre sono gli streekrenner; siamo in Belgio, altrimenti sarebbero enfant du pays: Aimé  – amato, in francese – De Gendt, Laurens De Plus e Fredrick Backaert. I genitori del rosso della Wanty hanno una fattoria a pochi chilometri dal Muur dove spesso il corridore dà una mano: sarebbe voluto andare in fuga, ma lo anticipa il compagno Meurisse, uno che di sé stesso dice: “Sono un corridore sottovalutato“. In fuga c’è anche Van Avermaet, su strade che conosce meglio degli ingranaggi della sua bicicletta. Passerà primo sul Kapelmuur, si rialzerà facendosi riassorbire dal gruppo e a fine giornata vestirà la maglia con i pallini rossi.

Gli altri due componenti dell’azione di giornata sono Natnael Berhane e Mads Würtz Schmidt. Berhane arriva dall’Eritrea, dove “il ciclismo è pane“, è stato vittima di episodi di razzismo in corsa e racconta che a inizio carriera i suoi genitori non sapevano nemmeno andasse in bicicletta. Würtz Schmidt, danese, è stato campione del mondo a cronometro tra gli juniores, arriva da una nazione dove ci sono più bici che auto e quando vinse quel titolo, proprio in Danimarca, disse: “Ho vinto per caso, non mi ero nemmeno allenato bene“. Ogni tanto racconta i suoi sogni e le sue sensazioni su alcuni siti web di ciclismo e ritiene Pedersen, Cort Nielsen e Valgren la fonte d’ispirazione massima: “Quando li vedo lottare per la vittoria guadagno fiducia in me stesso e penso a quando abbiamo iniziato, a quando sognavamo di diventare dei corridori.

Il cielo, col passare dei chilometri, diventa bianco come panna montata. Sulla strada non c’è attimo senza tifosi in delirio e il gruppo, comandato dalle squadre dei velocisti, fagocita, metro dopo metro, i sogni dei tre superstiti in fuga. Andare in avanscoperta in una tappa di questo genere ha diversi significati, ma un solo esito. Troppe energie in gruppo per pensare di farsi beffa di un plotone vorace come il mostro di un incubo di Lovecraft. Troppo ghiotta, per gli uomini veloci del plotone, l’occasione di vestire la prima maglia gialla.

Quando i tre vengono ripresi, in gruppo, come un bubbone pestilenziale, scoppia il nervosismo che si propaga da una ruota all’altra, tra lo stridìo dei freni e i vorticosi girare di catena. Rossetto, in maglia Cofidis, prova il contrattacco, ma è una lotta impari per un corridore seguito da un preparatore che nei ritagli di tempo gestisce, insieme alla moglie, un chiosco di hamburger fatti in casa.

Ce ne sono tanti di corridori, dicevamo. Se il viso di Fuglsang, dopo una caduta, è già grondante come una bistecca al sangue, le smorfie di quelli che fantasticano sulla classifica avremo modo di osservarlo durante il Tour: oggi lo spazio va a chi aspira alla prima gialla. C’è Groenewegen che sembra un omino Michelin con i razzi ai piedi: vedrà scivolare sull’asfalto le sue ambizioni. C’è il profilo panteganesco di Viviani: resterà imbrigliato in uno sprint così convulso da essere vero. C’è quello, una volta tanto serioso, di Sagan: rimbalzerà per pochi millimetri sul traguardo. Restando nel regno animale, troviamo il profilo di un furetto come Ewan (terzo al traguardo), del cobra Colbrelli (quinto) e del gorilla Greipel. C’è il volto elegante di Nizzolo (quarto e primo italiano) quello scampanellante di Matthews e quello pantagruelico di Kristoff.

Gli ultimi chilometri lanciano i treni dei velocisti insieme a quelli degli uomini di classifica; la carreggiata è larga, la velocità è difficilmente calcolabile. La prima volata di un grande giro è sempre caos e azzardo, astuzia, scorrettezze e spallate, equilibrismo tra due creste di montagna; è ferocia, una lotta senza legge a colpi di tomahawk. Una caduta infrange lo specchio delle ambizioni di taluni e bagna i sogni di altri. Tra smorfie, polvere e sgommate spunta così Mike Teunissen: sarà lui, stasera, il primo putto vestito di giallo.

 

Foto in evidenza:  ©Twitter, Team Jumbo-Visma cycling

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.