Il vento che mescola lettere e crea parole

Van Aert e van der Poel brillano nel giorno di Alexander Kristoff.

 

A forza di essere presentata come la sorella minore di Giro delle Fiandre e Parigi Roubaix, la Gent-Wevelgem si comporta come tale. Orgogliosa, esibisce i suoi duecentocinquanta chilometri; capricciosa, ordina al vento di complicare i piani; lunatica, alterna tratti di pianura e sentieri in pavé. Sembra una classica semplice, la volata l’esito scontato. Non che le differenti tipologie di percorso interessino qualcosa alla Quick-Step: qualunque sia il menù, a tavola si accomoda sempre qualche bocca vorace. Quando gli echi della guerra brutale che fu sono ancora fiochi e ovattati, alcuni uomini ne scatenano un’altra, improvvisa. Per scardinare il fortino della Quick-Step è necessaria una guerra lampo, der blitzkrieg.

Tra i venti corridori al comando i belgi hanno inserito il meno ipotizzabile: Tim Declercq. Reputarlo il più debole perché in carriera non ha mai vinto sarebbe ingiusto: d’altronde se i suoi compagni trionfano così spesso lo devono anche a lui, che annulla la fuga come la notte fa col giorno. Debuttò alla Vuelta a San Juan di due anni fa e gli bastarono poche tappe per farsi soprannominare “el tractor”: guidava il gruppo nella rincorsa alla fuga, rimescolando terra e previsioni. Per questo vederlo spalla a spalla con Sagan, van der Poel e Van Aert fa un certo effetto: il più integerrimo deve vestire gli abiti del sognatore. Secondo le sue gambe la corsa più difficile da controllare fu il Giro delle Fiandre dello scorso anno: vinse Terpstra, allora suo compagno, mentre lui rimase senza forze e fu costretto al ritiro. Oggi, dopo aver alimentato la fuga in un primo momento e inseguita in un secondo, Tim Declercq ha un sessantatreesimo posto in più e i soliti, piacevoli dolori.

Se c’è un corridore che assomiglia a Declercq è Luke Rowe. Degli uomini scelti da Sky durante le ultime edizioni del Tour de France, Rowe è il meno adatto alle salite. Sempre in testa al gruppo per doveri di primato e di squadra, le sue giornate finiscono quando il sole è ancora alto e i chilometri all’arrivo per provare qualcosa sono troppi. Il pavé, però, non lo abbrutisce come fa con gli altri: lo riscatta. Rowe non vuole essere ricordato né per aver concluso all’ultimo posto il Tour de France 2017 né tantomeno per essersi spaccato una gamba facendo rafting durante l’addio al celibato del fratello maggiore. I medici furono serafici: una sola caduta potrebbe essere sufficiente per costringerti a smettere. Ma smettere di prendere coraggio sarebbe già smettere di correre e di vivere, e allora Luke Rowe si mette in caccia di Teunissen, Theuns, Sagan e Trentin, gli unici quattro a credere ancora in una guerra lampo già smentita dagli avvenimenti.

Teunissen e Theuns sfruttano il loro palmarès scarno per chiamarsi fuori dalla contesa, Trentin è uno che spende molto ma incassa poco, Sagan ha fallito la guerra lampo ma rimane un lampo anche se non abbaglia, un tuono anche se non sconquassa. I chilometri rimanenti sono dichiarazioni d’intenti scritte su un tovagliolo, uno sfoggio di muscoli rattrappiti, una dimostrazione di forza assente: gli scatti sono prevedibili, i buchi colmabili e i corridori stanchi. È la volata a regalare il guizzo inaspettato: uno soltanto a duecento metri, il traguardo ben in vista e Kristoff ben più forte di tutti gli altri. Più che una guerra lampo sembrava un kamikaze, il vento divino che ha disperso diversi uomini e che ne ha sospinto uno solo. Nel giorno che avrebbe dovuto essere della Quick-Step ha vinto Alexander Kristoff, il più veloce, the quickest.

 

Foto in evidenza: ©Flanders Classics, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.