Ogni volta che arriva San Valentino, il ciclismo si riscopre terribilmente malinconico.

 

Caro Pantani,

io che scrivo non ti ho mai visto correre. Su YouTube o nei ricordi dei tifosi, magari, ma dal vivo mai. Quando sei morto (intendo quella definitiva, San Valentino 2004, il 14 febbraio sarebbe anche il compleanno di Bugno ed Evans ma non se lo ricorda mai nessuno) non avevo ancora dieci anni. Sono nato nel settembre del ’94, il Mortirolo lo avevi già spianato e Indurain non era mai sembrato così vulnerabile. L’unico ricordo che ho di te è il ritrovamento del tuo corpo in quella stanza del residence Le Rose, Rimini, che da quel giorno mi trasmetterà per sempre una sensazione di costante angoscia e perenne inverno.

Fino a pochi anni fa, per me eri un’entità sfumata, un metro di paragone dai bordi indefiniti. “Eh la madonna, chi sei? Pantani?”. Eri un modo di dire e nulla più, come Maradona, Mandrake, MacGyver (facci caso, tutti con la emme, come Mortirolo, Montecampione, emme come Marco). Alla fine mi sono deciso e ti ho cercato, ti ho studiato, ti ho scandagliato. E ho capito che dopo di te non si torna indietro, come scrisse Pasolini nei suoi appunti dopo aver letto Rimbaud e Wilde, due maledetti che ti sarebbero piaciuti (e ai quali saresti piaciuto).

Quant’eri forte e maledetto, Pantani. Probabilmente ti avrei tifato. Hai fatto muovere, mobilitare ed esultare eserciti di persone, tu un nuovo Cristo e tutti gli altri tuoi seguaci. Hai fatto versare lacrime di gioia, di disperazione, di paura, di delusione. Hai fatto piangere di ciclismo. Ed è proprio per questo che quando te ne sei andato ci hai messo male, ci hai lasciato nei casini. Gianni Mura, che per te ha sacrificato sangue e alcune delle sue parole più belle, preferisce ancora crederti disperso in Russia. Quando sei morto voleva smettere di scrivere perché gli sembrava che senza di te il ciclismo fosse un qualcosa di fin troppo normale e monotono.

Chi ti ha tifato non se la passa meglio. Cercano qualcosa di te in ogni giovane scalatore che sale alla ribalta e ancora non hanno capito che come Pantani c’è stato solo Pantani. E poi siamo onesti, in salita dominavi perché eri di gran lunga lo scalatore più forte del mondo. Voglio dirtelo per una questione di onestà, non lo dice mai nessuno, come se la realtà intaccasse il mito, quando invece sono due componenti della stessa dimensione. Che colpa hanno Nibali e Aru se sono corridori diversi da te? Può essere una colpa quella di non assomigliarti? Non credo.

Quante domande vorrei farti, Pantani; quanto vorrei averti solo per me per una giornata appena. Poi mi fermo, rifletto e mi rendo conto che allora di te non c’ho capito un cazzo: ma tu non sei morto perché ognuno voleva un pezzo di te? Non sei sprofondato per tutte quelle domande che la gente ti faceva e per tutte quelle aspettative che milioni di italiani riponevano in te? La mamma, la Tonina, ti ricorda quotidianamente su Facebook. Una foto, un pensiero, una bestemmia verso il cielo perché mai nessuno si ricorda che Pantani prima d’essere un ciclista era suo figlio. È una delle poche persone che ti chiama Marco, una delle pochissime che può farlo. Alla fine si è arresa anche lei, lei che ce l’aveva con tutti perché gli avevano fatto diventare il figlio un qualcosa di nazionale, mondiale, universale. Si è arresa, alla fine, e lo ricorda insieme a tutti, ché un’agonia divisa per mille forse è un po’ più leggera da sopportare.

Anche Cipollini ti dedica spesso un pensiero. Non è cambiato di una virgola. Ti ricordi il vostro ciclismo? Quello di oggi è cambiato: tanti dicono in peggio, secondo qualcuno addirittura in meglio, per me è soltanto diverso. Di fantasia ce n’è meno o se c’è fa fatica a materializzarsi. Però il ciclismo è cambiato, Pantani, ce l’ha fatta, è cambiato per davvero. È lo sport che più di ogni altro s’è battuto e si batte tuttora in nome della trasparenza. Il doping c’è ancora, e chi lo ammazza, ma è un fatto marginale. Forse David Walsh te lo ricordi, seguiva già ciclismo e doping quando tu vincevi al Giro e al Tour. È il giornalista irlandese che ha portato Armstrong (quello che ti chiamava “elefantino”) a confessare e a far crollare il suo sistema. Ecco, secondo Walsh quella che stiamo vivendo oggi è la miglior epoca per appassionarsi o ri-appassionarsi al ciclismo.

La Boucle è un po’ noiosa ma tu hai corso con e contro Indurain e quindi questi discorsi li hai già sentiti a suo tempo. In questi ultimi dieci anni ci siamo accorti di quanto Tour de France scorra ai lati della strada: bandiere, costumi, coreografie, bambini, contadini, mucche, cavalli, mongolfiere. È un bene o un male? Dipende da quale angolazione la si vuole guardare. Chi scrive deve saper guardare oltre la corsa, possibilmente dove nessun altro guarda, capacità che hanno in pochissimi: negli ultimi anni, ad esempio, il ciclismo lo racconta magistralmente Bidon, mica La Gazzetta dello Sport. Chi sta davanti alla televisione non può far altro che sperare in una caduta, in un’improvvisa folata di vento, magari in un attacco. Arriveranno tempi migliori.

Certo, con te era tutto più facile, il pezzo lo scrivevi tu pedalando. Azzardavi, strappavi, cadevi, ti incazzavi, ti lamentavi, ti vendicavi, ti toglievi qualche sassolino dalla scarpa. Ascoltavi Charlie Parker, ti cavavi il piercing prima di partire e andavi forte in salita per abbreviare la tua agonia. Potrei continuare ma il discorso che come Pantani c’è solo Pantani l’ho già affrontato e non mi va di ritornarci sopra.

La Sky non ti piacerebbe, Froome nemmeno ma lo stimeresti e rispetteresti perché è un campione: sa portare testa e corpo all’estremo proprio come facevi te (ti ricordi le otto ore di allenamento sotto il sole di luglio con solo una fetta di cocomero nello stomaco?). Quintana ti farebbe incazzare, Sagan è particolare quasi quanto te, De Gendt e Rolland invece ti farebbero impazzire: attaccano sempre, attaccano troppo, a volte attaccano anche quando non c’è bisogno. Ma quand’è che non c’è bisogno di attaccare, di farsi coraggio, di scrivere la nostra storia?

È cambiato il ciclismo, Pantani. I tempi di ascesa che facevate registrare tu e Armstrong sono lontani, quelli di oggi impiegano qualche minuto in più. Niente più eroi. Ti sarebbe piaciuto? Secondo me, sì. Quante volte te l’hanno appiccicata addosso, l’etichetta da eroe o da salvatore della patria? Non eri un eroe, Pantani, e nemmeno un santo. Gli eroi, se esistono, non abitano da queste parti. Non eri né un delinquente né un angelo strappato dal cielo. Eri un uomo, come tanti, come tutti, fatto di mille sfumature, pregi e difetti, punti di forza e punti deboli. Sicuramente qualcuno non ti ha voluto bene, ci sono voluto vent’anni per capirlo. L’Italia è come l’hai lasciata tu, goffa e furba, furba nell’accezione più negativa che ti possa venire in mente.

Altrettanto sicuramente Pantani non ti sei voluto bene, lo sai anche te. Forse più di ogni altra cosa t’ha ammazzato la tua sensibilità, senza la quale saresti ancora vivo. Avresti potuto essere diverso ma non saresti stato Pantani. Ma non ti preoccupare, verranno a cercarci prima o poi. Verranno a cercarci perché se non è facile scordare un’emozione, figurati una sequenza di scatti e brividi. Quando il giornalismo sportivo abbandonerà fantasia e racconto per resoconti e classifiche, e quando il ciclismo diventerà uno sport per contabili, allora ci cercheranno. Magari non da me, da me non verranno, ma da te sicuramente. Verranno a cercarti, Pantani. Non ti troveranno.

 

Foto in evidenza: ©Brian Townsley, Wikipedia

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.