Al Tour vince Teuns in salita, ma Ciccone va in maglia gialla.

 

A metà di un luglio caldo, ma non così bollente, un ragazzo di nome Natnael Berhane, superato un chilometro e mezzo dal via di Mulhouse, decide che è il tempo di irritare il gruppo, dopo una partenza stranamente soporifera.

E mentre, finalmente, cadono le prime gocce di pioggia che rinfrescano la carovana del Tour, Thomas De Gendt coglie l’attimo e insegue il campione eritreo. Dietro prende la scia Tim Wellens, suo compagno di squadra e protagonista tempo fa insieme a lui del “The Final Breakway”, una lunga pedalata che li portò da Como fino a Semmerzake dopo oltre mille chilometri. Wellens, da inizio Tour, sembra in collera; non riesce a stare fermo in gruppo: ogni occasione è buona per fuggire e quella maglia a pallini rossi ci tiene a ricordarlo.

Oggi, come ieri, non c’è mai tempo per essere rilassati e la fuga si riempie di corridori dalla gamba nervosa. Come quella di Giulio Ciccone; così tanto abituati a vederlo con il blu degli scalatori, che per scorgerlo dobbiamo acuire lo sguardo: da domani ci abitueremo a vederlo in un giallo sgargiante. Gambe nervose, le sue, come quelle di Xandro Meurisse, un altro che a questo Tour le sente scappare via come fossero cani da caccia: scalpitano, impossibile tenerle a freno. Come quelle di Greipel, Arndt, Pasqualon e Politt, uomini pesanti per pensare di superare indenni le salite, ma che una volta sentito l’odore del traguardo volante si sono messi, anche loro, in battuta.

Inquieti sono pure gli altri componenti della fuga: Cosnefroy, pistoni veloci e resistenti da uomo delle Ardenne, tempo fa ha chiesto di poter accompagnare personalmente Bardet proprio nella ricognizione di questa tappa, oppure Grellier uno che dice di amare lo stress e che viene accusato dai compagni di squadra di essere iperattivo, di non stare mai fermo; di lui dicono che quando lo si vede tranquillo a inizio corsa, allora significa che sta tramando qualcosa.

Davanti sono in quattordici, non ci dimentichiamo di Pauwels, né di Teuns, né tanto meno di Bernard, compagno di squadra di Ciccone e votato, ogni volta che è al Tour de France, alla causa delle azioni da lontano.

Quattordici uomini in avanscoperta in una tappa dal profilo d’alta montagna, non sono una fuga, quanto un moto rivoluzionario. L’idea è quella di una rottura dello status quo di un gruppo che dorme sonni emorragici, tamponati da Asgreen, e che perde costantemente terreno, chilometro dopo chilometro.

Le Marksten, Grand Ballon – la montagna che amò Laurent Fignon che a Mulhouse al Tour vinse l’ultima corsa della sua carriera – Col du Hundsruck e Ballon d’Alsace alimentano i sogni pallidi di Ciccone e innervosiscono ulteriormente i pretendenti alla maglia a pois. Il gruppo, intanto, diventa schiavo dell’abitudine e vede oscillare, per diversi chilometri, il proprio ritardo tra i sei e gli otto minuti.

La corsa, come spesso accade in queste situazioni, si divide in due: davanti la guerra delle gambe nervose detona sul Col de Chevrères dove Bernard seleziona i fuggitivi in onore di Ciccone e per riprendere De Gendt che assaporava nel frattempo una nuova impresa, salvo poi piantarsi nel tratto più impegnativo. Restano in quattro e sull’erta finale solo in due. La salita che porta all’arrivo prova a ispirare Ciccone che scuote le gambe come avesse una tarantola infilata nei pantaloni. Le pendenze lo esaltano, ma un finale per uomini nervosi e scoppiettanti sorride al leggerissimo Teuns che negli ultimi metri, su un ponte levatoio disegnato sulla sabbia, lo stacca: al belga la tappa, all’abruzzese, per pochi secondi, la maglia gialla.

E in gruppo che è successo? A parte la Boasson Hagen Cam che ci ricorda le difficoltà in salita dell’ex campione di Norvegia, su La Planche des Belles Filles, nella nuova versione con il finale in sterrato, si smette di bluffare.

Landa ai meno tre lascia un gruppo ancora numeroso; la sua è una breve volata, mani basse sul manubrio, in poche centinaia di metri prima si fa piccolissimo davanti agli occhi dell’avanguardia del plotone, poi rimbalza malamente con le gambe inacidite dalla fatica. Gaudu spinge il suo capitano sulle scritte che inneggiano al corridore che conosce queste strade come quelle di casa. Ti aspetti lo scatto di Pinot, ma è Alaphilippe a rompere gli indugi, mentre da dietro arrancano altri due francesi: Bardet – la grande delusione di giornata insieme a Kruijswijk- e Barguil.

Le ultime centinaia di metri rimescolano le carte e sono benzina per corridori esplosivi: Thomas riprende l’oramai ex maglia gialla sulla linea del traguardo, anticipando di poco anche Pinot; Nibali si pianta e Aru è poco dietro. Meglio di loro fanno Quintana, Bernal – le loro salite arriveranno – , Fuglsang, Porte, Uran e Adam Yates. I distacchi, però, sono tutto sommato risicati: Alpi, cronometro e Pirenei saranno giudici meno indulgenti dei Vosgi.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.