All’E3 Harelbeke prosegue il cammino inesorabile degli uomini in blu.

 

La logica degli uomini si basa su principi filosofici. I corridori sono uomini, ma in bicicletta usano argomenti pratici. Prendete ad esempio il giovane Philipsen alla partenza: “Oggi voglio andare il più forte possibile“. C’è la logica di Sagan prima della Milano-Sanremo: “Cosa spero? Chi visse sperando morì cagando.“, e che oggi vuole togliersi di dosso un po’ di polvere; c’è quella di Van Avermaet: “Per vincere ad Harelbeke e alla Gand dovrò essere aggressivo.“, di Naesen:Ho vinto queste corse nella mia testa migliaia di volte. Pensare che c’è gente che viene qui e si impone e non sa nemmeno dove si trovano sulla mappa, mentre io conosco ogni buco sul terreno.“, e quella di Boonen che lì ad Harelbeke ha vinto quattro volte di seguito, cinque in tutto, e mette in riga alcuni pretendenti: “Van Aert ha la testa giusta, Naesen si accontenta troppo, il problema di Vanmarcke è che non ha coraggio di perdere, mentre Benoot è uno che non vincerà mai. Bravo in tutto, ma non ha sprint.” C’è, infine, la logica Deceuninck: collettivo prima ancora del singolo.

Anche l’E3 Harelbeke ha una sua logica. Si parte da Harelbeke e si arriva ad Harelbeke. Si affrontano quindici muri dal nome torbido ed evocativo, per duecentoquattro chilometri. La distanza a molti fa storcere il naso; i migliori corridori, si dice, sono quei fondisti che vengono fuori intorno ai duecentocinquanta chilometri. Eppure dal 2004 tutti i vincitori di questa corsa lo sono anche di almeno una Monumento: Boonen, Cancellara, Pozzato, Sagan, Kwiatkowski, Van Avermaet e Terpstra. Tutti tranne due: Arvesen e Thomas.

La gara di quest’anno ha la propria logica. È razionale quando parte la fuga iniziale: otto uomini muso a terra come cani da tartufo. Il distacco è una fisarmonica, si dilata nella prima parte per poi ritirarsi via via che la sequenza delle asperità si fa più fitta e dolorosa.

Il gruppo ha la sua legge. Prima lascia fare, ma più passano i chilometri e più sembra un animale permaloso: Keisse, richiamato all’ultimo per sostituire come vagone in blu Del Clerq, si piazza davanti al plotone principale a scandire il ritmo. Ganna con lui, lingua fuori, petto medagliato e muscoli d’acciaio, impone un ritmo furibondo e il vantaggio degli uomini davanti evapora al sole di una calda giornata primaverile.

Il ciclismo ha le sue regole: le cadute che se possono colpiscono sempre gli stessi. Pochi chilometri prima del Kortekeer, sesto muro di giornata, c’è volata per prenderlo davanti, il gruppo sbanda e un corridore con la maglia fucsia finisce in un fossato: è Vanmarcke.

Arriva il Taaieneberg, conosciuto anche come Boonenberg, inutile spiegare il perché. Il traguardo è ancora una chimera, ma Sagan prova ugualmente il forcing, più per auscultare le sue gambe che per misurare la febbre ai suoi avversari. È una giornata da Sagan? Poco più avanti scopriremo di no.

La logica ora è irrazionale. Venti, venticinque chilometri dove sembra di essere in mezzo a una centrifuga: scatti, allunghi, dispetti, vendette, marcamenti, forature, cambi di bici. È l’inizio di una tappa del Tour de France e invece mancano poco meno di ottanta chilometri all’arrivo di una classica del Belgio. Il gruppo è malleabile come l’elastico di una fionda e si agita infilandosi in mezzo a stradine tortuose, prima di imboccare strappi e muri. A ogni curva un rallentamento, uno strattone. I Deceuninck ci provano con Gilbert sul Berg Ten Stene e poi con Štybar sul Boigneberg. Il gruppo si disgrega, ma non lascia spazio. Jungels pone fine all’anarchia, ai meno sessanta attacca e in poco raggiunge i fuggitivi.

La logica dei tifosi è esasperata e scava meno a fondo: è calore e urla, bandierine e cappellini, camper, birra e griglia. La sequenza Paterberg-Oude Kwaremont è una passerella in mezzo a scalmanati, un piccolo assaggio di quello che avverrà tra dieci giorni al Giro delle Fiandre, e a fare scintille ora sono le gambe prima di Van Avermaet e poi di Bettiol.

Sul Karnemelkbeekstraat, la strada del burro, Jungels scioglie la compagnia dei fuggitivi e resta solo. Dietro il gruppo è striminzito, boccheggia, Van Avermaet fa il forcing e gli restano attaccati solo Bettiol, van Aert e Štybar; Trentin e Naesen arrancano (saranno settimo e ottavo sul traguardo), Sagan salta.

Jungels è vinto dalla fatica e da un finale che va contro alla logica del lupo solitario al comando e viene ripreso a sette dall’arrivo. Štybar attacca, van Aert chiude, Jungels rilancia, Van Avermaet chiude, Bettiol fa buona guardia. Arriva lo sprint ed è tutto di Štybar che vince nettamente per il ventesimo successo targato Deceuninck. Che di nuovo a piacimento mette gli avversari all’angolo. Logico, no?

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.