La non-geografia del Tour de France

Peter Sagan torna al successo in una tappa adatta alle sue caratteristiche.

 

 

Saint-Dié-des-Vosges non è soltanto la sede di partenza della quinta tappa del Tour de France 2019. È anche il paese in cui, circa cinquecento anni fa, venne dato alle stampe il primo atlante moderno, la Cosmographiae Introductio; all’interno dello stesso si trova un termine nuovo, mai usato prima d’allora: America. Tuttavia, essendosi già arrogata questa responsabilità una volta, Saint-Dié-des-Vosges non ha certo la pretesa di stabilire la geografia del Tour de France, che potrebbe essere descritta come estremamente variegata e incerta: talvolta si parte dall’estero, l’ordine tra Pirenei e Alpi viene cambiato in continuazione, i corridori vengono da nazioni così nuove da un punto di vista ciclistico che per trovarle sarebbe sì necessario consultare la Cosmographiae Introductio.

In più, la Saint-Dié-des-Vosges-Colmar non può essere confinata in nessuno dei recinti che gli addetti ai lavori usano di solito: è mossa ma non è d’alta montagna, può arrivare la fuga ma ci sono alcuni velocisti che non vogliono farsela sfuggire, la classifica dovrebbe rimanere invariata ma poi chi lo sa come va una tappa del Tour de France. Se tratteggiare la geografia del Tour de France è complicato, ripercorrere quella di una fuga è praticamente impossibile. La fuga è il punto in cui si incontrano le più varie scuole di pensiero, l’appuntamento che si danno un certo numero di persone per confrontare la loro diversità rispetto al resto del gruppo; i fuggitivi sono corridori fluidi, che ancora non hanno capito a cosa sono destinati, oppure che lo hanno capito fin troppo bene.

Wellens, ad esempio, è la maglia a pois del Tour de France, eppure non è uno scalatore eccellente: si trova davanti perché la tappa è nervosa ma tutto sommato abbordabile, o forse perché le prime salite di seconda categoria attraggono la maglia che indossa come l’aceto fa con le mosche. Clarke, per dirne un altro, è veloce ma non così tanto da potersi permettere di giocare nello stesso cortile dei velocisti, e abile in salita ma non quanto uno scalatore; delle quattro lingue che conosce, tre sono il giapponese, l’indonesiano e l’italiano, e per non sapere né leggere e né scrivere stava per sciupare la giornata perfetta di van der Poel alla Amstel Gold Race. Würtz Schmidt, a differenza degli altri due, sa perché va in fuga: per conoscersi. Da ragazzo vinse di tutto, da una Parigi-Roubaix a due campionati nel mondo nelle prove contro il tempo, mentre adesso non va forte da nessuna parte. Skujiņš, infine, fa parte dell’attacco di giornata perché in gruppo non sa cosa farci: non vuole essere né velocista, né cronoman, né tantomeno lottare per la classifica generale, dato che il talento non glielo permette e le prospettive lo annoiano. Preferisce misurare la sua bravura a braccio, senza l’ausilio di criteri ben precisi, perché soltanto abbattendo i propri confini si può sperare di vincere una tappa del Tour de France.

Skujiņš li dilata fino ad un certo punto, finché quell’immarcescibile cartografo che è il gruppo non lo rimette al suo posto. Colmar è lì, in un punto ben preciso della Francia, ed è proprio in quel punto che alcuni corridori vogliono arrivare in prima posizione. Peccato – per gli altri, s’intende – che in certe tappe il primo sia sempre Peter Sagan, più che un cartografo un miniaturista, ha disegnato un capolavoro in un fazzoletto di strada, un tocco dal valore inestimabile. Le sue annate peggiori sono di gran lunga più prolifiche delle stagioni migliori di tanti suoi colleghi: in questo Tour de France è uscito dai primi cinque di tappa soltanto nella cronosquadre di Bruxelles – e per poco, dato che la BORA-hansgrohe è arrivata dodicesima. Dal 1507, l’America viene piazzata nel mondo, sulle cartine, sugli atlanti; Peter Sagan, invece, fa parte della geografia del ciclismo mondiale da una decina d’anni, qualcosa meno per quanto riguarda quella del Tour de France, da oggi se parliamo di quella del Tour de France 2019. L’impressione, tuttavia, è che ci sia sempre stato, che i suoi limiti siano splendidamente definiti, che l’America – e dunque Sagan – esistesse già prima che un paio di cartografi le dessero un nome e una forma ben precisa.

 

 

Foto in evidenza: ©Le Tour de France UK, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.