Elia Viviani succede a Matteo Trentin ed è il nuovo campione europeo.

 

 

Munnikenweg, il tratto in pavé lungo mille metri posto a poche pedalate dal traguardo della prova in linea dei Campionati Europei, è un monumento. Una macchina asfaltatrice avrebbe dovuto cancellarlo, ma qualcuno si è prima opposto e poi mobilitato per preservarlo; alcune autorità di Alkmaar hanno apprezzato, dunque dal dicembre 2018 Munnikenweg è un monumento alla pari di un mezzobusto e di una statua equestre. Alla cerimonia ufficiale è stato tenuto a battesimo da Laurens ten Dam, che ci passa spesso e volentieri per accompagnare i figli a scuola: dice che è giusto così e che, con l’insidia del vento, Munnikenweg non ha niente da invidiare ai tratti della Parigi-Roubaix. Sulla carta, è l’unico passaggio che potrebbe dare un senso diverso alla corsa, il contenitore di speranze dal quale devono necessariamente attingere passisti e finisseur per scongiurare la probabile volata. Ma come spesso succede, la realtà supera di gran lunga la fantasia.

Mai dare ai corridori la possibilità di aggirare il pavé: se possono farlo, lo faranno; e così, Munnikenweg si riduce alle due banchine laterali – di più, si pedala quasi esclusivamente su quella sinistra, d’altronde non ci sono transenne che lo impediscono. Silenziato il pavé, rimane il vento: una presenza costante, in Olanda, come se ne detenessero il brevetto o lo fabbricassero personalmente; lo stesso vento che ieri ha letteralmente sradicato parte della copertura dello stadio dell’AZ, la più importante squadra calcistica della città. E invece, niente da fare: anche il vento si è preso una domenica libera, una distrazione imperdonabile, considerando l’influenza che avrebbe esercitato oggi. La stessa sbadataggine del sacerdote Folkert che, un giorno del 1429, al termine della sua prima messa nella chiesa di San Lorenzo rovesciò accidentalmente il calice di vino bianco che durante la funzione era assurto al sangue di Cristo; dal calice uscì davvero del liquido rosso, le cui macchie sul pavimento nessuno seppe pulire e mandare via. Un miracolo, insomma: come il fatto che in Olanda non tiri vento.

Né il pavé né il vento: a decidere la prova in linea dei Campionati Europei riservata ai professionisti è una curva del circuito cittadino di Alkmaar. Nella settimana che ha pianto Lambrecht, il ciclismo torna ad interrogarsi sull’annosa questione che coinvolge – e non contrappone, attenzione: il messaggio che passa è ben diverso – lo spettacolo, il disegno del percorso e la salvaguardia dei corridori. Il tracciato dei Campionati Europei era altimetricamente scialbo ma planimetricamente emozionante, dunque nervoso e pericoloso: c’era di tutto, dai marciapiedi ai tifosi a ridosso della strada, dalle transenne alle strettoie.

Coniugare questi aspetti è una delle sfide più importanti a cui sono chiamate l’UCI e più in generale le più importanti istituzioni ciclistiche. Anche la sfida italiana non era di semplice risoluzione: correre da protagonista, avendo anche il campione in carica, e disperdere Groenewegen, Démare, Ackermann, Kristoff, Bennett. Alla fine, come dicevamo, è bastata una curva verso sinistra: Viviani ha causato lo stupore tipico del prestigiatore – Europeo c’è, Europeo non c’è – ma Selig e Consonni sono stati due splendidi complici; la svolta soltanto un pretesto per prendersi un po’ meno sul serio.

“La vittoria comincia in Alkmaar” è un’espressione che viene da lontano, da quando nel 1573 la città respinse un assedio spagnolo: anche Viviani potrebbe usarla, certo, ma potrebbe essere ancora più preciso. La vittoria comincia quando la nazionale italiana ha sfruttato la sua compattezza, la sua esperienza, la sua duttilità e l’ottimo stato di forma di alcuni dei suoi membri per separare i migliori dai peggiori, gli attenti dai distratti, gli ambiziosi dai titubanti; la vittoria ha continuato a scorrere nel sacrificio di Puccio, Consonni e Cimolai – che il proprio posto in Paradiso se lo sta guadagnando sul serio – e nelle marcature di Ballerini; ha trovato un argine resistente nel lasciapassare di Trentin e un condotto sicuro nelle scelte di Cassani, che non è mica un brocco: gli ci volevano dei corridori veri e dei percorsi adatti, e infatti i risultati si vedono. Per Lampaert e Ackermann la vittoria non è mai cominciata, per Viviani non è mai stata in discussione; tuttavia, Alkmaar non è certo la fonte della vittoria in senso assoluto: quella rimane ancora un mistero, e forse è meglio così.

 

 

Foto in evidenza: ©ItaliaTeam, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.