Lasciarsi guidare dall’ispirazione

Bilbao mette nel sacco tutti e conquista una tappa tutt’altro che banale.

 

Thomas De Gendt e Rubén Plaza sono due barometri. Se fanno parte del gruppo principale, allora la corsa è appena partita; se il gruppo lo pilotano, invece, significa che il capitano di turno ha buone possibilità di vittoria; oppure, se fanno parte della fuga, vuol dire che la giornata promette bene. Thomas De Gendt e Rubén Plaza hanno provato, in passato, a fare classifica ma sono stati respinti: il belga prese una decina di chili durante la luna di miele e non è mai riuscito a smaltirli del tutto, mentre lo spagnolo deve dare la colpa tanto a se stesso per essersi messo in contatto con Eufemiano Fuentes quanto ad una caduta alla Vuelta a Murcia del 2011. Venne prosciolto ma la fiducia dell’ambiente ormai era persa: ripartì dalle categorie inferiori e poi si ruppe la tibia. De Gendt e Plaza, che saggiamente hanno rivisto le loro ambizioni, non perdono contatto dal gruppo dei fuggitivi tanto facilmente: la loro resa dovrebbe testimoniare le scarse probabilità di buona riuscita della fuga. Dovrebbe, appunto: eppure succede l’opposto.

Riposarsi il settimo giorno è un lusso che il Giro d’Italia non può permettersi: c’è della fatica da seminare nelle gambe altrui, una frazione da strappare dalle grinfie della teoria, una classifica da scuotere. La partenza della Vasto-L’Aquila, la settima tappa del Giro d’Italia 2019, è irrequieta e illogica come la terra che la ospita. Gli orari previsti vengono smentiti di chilometro in chilometro, entrare nell’attacco giusto diventa un esercizio sensoriale. Anche il Giro d’Italia della UAE-Emirates alterna le salite alle discese: i piazzamenti di Gaviria e Ulissi e la maglia rosa di Conti bisticciano con l’allontanamento di Molano e il ritiro dello stesso Gaviria, dolorante al ginocchio e con un Tour de France sullo sfondo da non compromettere. E allora Conti deve affidarsi alla disponibilità di Ulissi e Polanc, alla duttilità di Consonni e al mestiere di Marcato e Bohli: tra gli attaccanti c’è anche Rojas, a tratti maglia rosa virtuale, e perderla a favore di un velocista sarebbe un peccato imperdonabile. Ulissi, ad un certo punto, s’impegna così tanto da raggiungere una delle moto dell’organizzazione; i compagni di Rojas, vigili, inveiscono: vai via, intimano al motociclista con dei gesti eloquenti, che in ballo c’è una maglia rosa: avete presente cosa vuol dire indossare la maglia rosa?

De Gendt e Plaza sono due barometri guasti, oggi: impazziscono come i termometri, che ieri segnavano dieci gradi e oggi venticinque, e come il terreno che non dà pace all’Abruzzo. È incredibile che da una terra così bella, verde e tranquilla possano scaturire sconquassamenti così drammatici. Se De Gendt e Plaza sbagliano significa che la fuga arriva. Rojas sfrutta l’intelligenza che lo ha fatto diventare uno degli uomini fidati di Valverde, ma non è sufficiente: la maglia rosa sfuma, la tappa anche. Formolo è il più forte, Hamilton il più spavaldo, Gallopin il più veloce. E invece, come da manuale, scatta Pello Bilbao, il più pericoloso. Cattaneo, che dalla somma dei tentativi andati male risulterebbe essere il più meritevole, gioca le sue carte ma la sua ruota affonda nell’asfalto: davanti c’è uno smilzo spagnolo che si batte ripetutamente le mani sul petto.

Pello Bilbao è professionista dal 2011 e negli ultimi dodici mesi ha conquistato lo stesso numero di vittorie ottenute tra il 2011 e il 2016, cioè quattro. Ha vinto a modo suo, spingendo un rapporto insostenibile e smentendo il rigore scientifico degli altri compagni di fortuna. Lo scorso anno chiuse il Giro d’Italia al sesto posto, ma lui giura d’essere a totale disposizione di Miguel Ángel López. Per capire come mai Pello Bilbao si trovi così a suo agio nel caos, basta controllare la sua carta d’identità. È nato a Guernica, il cui bombardamento venne reso immortale da Picasso. Per realizzare l’opera impiegò due mesi appena, facendosi guidare perlopiù dall’ispirazione che s’impossessava spesso di lui. Pello Bilbao non sarà Picasso, ma le strade che salgono cominciano ad ispirarlo con una notevole costanza.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.