A quarantatré chilometri dall’arrivo Mathieu van der Poel inizia a scrivere il suo Manifesto: fantasia e temerarietà. Attacca sul Gulpenerberg con coraggio e ribellione, perché: “Non v’è più bellezza se non nella lotta“. Resta allo scoperto per qualche chilometro, i suoi dorsali fendono l’aria, la sua maglia tricolore fa attrito, vorrebbe strapparsi di dosso l’ordine costituito, ma il gruppo è un critico con la bava alla bocca e lo rinnega. La strada, larga e scoraggiante in quel punto, lo riporta a più miti consigli.

La lista di partenza dell’Amstel Gold Race è un terrario pieno di tarantole. Terricoli, arboricoli, scavatori: sono gli scattisti, gli uomini da corse del nord, scalatori e ruote veloci. Pesanti pedalatori e leggiadri pestatori.

Il profilo altimetrico della corsa è la mandibola di un cane rabbioso, la planimetria è una palla pazza che sfida le leggi della fisica. L’asfalto grigio, ripulito dai ciottoli e dalla polvere, si infila tra le strade di campagna che rimbalzano sulle colline del Limburgo. Marciapiedi, dissuasori, strettoie, ciclabili, villette, auto parcheggiate, rampe, curve e rilanci, salita e discesa si alternano a campi e frutteti e “ti massacrano la testa più che le gambe“.

L’Amstel Gold Race 2019 è storia dell’arte. Alaphilippe, irrispettoso e stravagante, è un dadaista: attacca a trentotto dall’arrivo con Devenyns e si porta dietro Fuglsang che nel finale distruggerà la sua tela quasi terminata.

Matteo Trentin è un’opera incompiuta: all’inizio dipinge come loro, ma sul Kruisberg olandese scarabocchia come sul Kruisberg del Giro delle Fiandre. Più indietro Sagan, Valverde, Gasparotto, Van Avermaet, van Aert e Colbrelli sono invece oramai caduti in disuso.

I corridori in gruppo visti dall’alto sono astratti puntini di colore dipinti da Jan Thorn Prikker, mistiche gocce cromatiche che compongono una linea dinamica su sfondo verde e grigio. Il loro cadenzare è Art Nouveau, Nieuwe Kunst la chiamerebbero da quelle parti.

Davanti è un dinamico affresco di battaglia, scontro faccia a faccia, coppie che si inseguono, singoli che vanno a caccia. Sull’ultimo Cauberg, Kwiatkowski e Trentin riducono allo spazio di una pennellata il margine dalla coppia Fuglsang-Alaphilippe, ma non riusciranno a cancellare quella distanza. Si scollina tra la folla accaldata che sembra in fila davanti a un museo.

Da dietro altri provano a lanciare il loro movimento: Schachmann sembra lavorare il bronzo, Mollema sotto sforzo ha il profilo neoclassico di un levriero ferito, Clarke, dentro una divisa rosa sgargiante, ha i colori dell’espressionismo astratto.

Scorre la birra e l’adrenalina fa ribollire il sangue: si attraversa il Geulhemmerberg dove per un tratto lo scenario sembra affrescato in mezzo al deserto.

Sul Belemerberg, Fuglsang prova a disegnare il suo attacco, Alaphilippe lo cancella. Da dietro intanto van der Poel inizia a erodere l’asfalto e a buttare giù altre idee. Con lui c’è il nuovo che avanza sotto forma di Madouas e Lambrecht, c’è persino De Marchi, pittore rurale, e si intravede Bardet.

Nei chilometri finali Alaphilippe e Fuglsang diventano all’improvviso due donzelle che litigano in quadro puntinista, sono estasi e sonno, due insetti presi a schiaffi che sbattono contro un faro.

L’arrivo è una retta che trafigge spettatori e corridori, Kwiatkowski riprende lo sbilenco duo, van der Poel porta a compimento una volata lunga una dozzina di chilometri, la sua velocità di piedi trapassa i suoi avversari da una parte all’altra, è in testa quando le telecamere lo ignorano e ci rimarrà fino all’arrivo. Dietro di lui Clarke, poi Fuglsang, Alaphilippe, Schachmann, Lambrecht, De Marchi e Madouas.

Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità.” È Futurismo? No, è il Manifesto del Vanderpoelismo.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.