Mathieu van der Poel o della noia

Mathieu van der Poel vince una corsa a senso unico.

 

 

Un temporale che cancellasse il percorso e l’evento, oppure un’improvvisa voragine fangosa che lo inghiottisse, facendolo sparire; che so, qualcuno che lo dirottasse a Düsseldorf e gli impedisse d’arrivare a Dübendorf. Macché, niente. Non è successo niente di tutto questo, vale a dire è andato tutto come doveva andare: scegliete voi una delle due frasi, tanto sono intercambiabili. Mathieu van der Poel ha messo in scena uno degli spettacoli più crudeli e noiosi degli ultimi tempi, riconfermandosi campione del mondo nel ciclocross. Sempre col suo stile, potente e ineluttabile, con la fredda efficienza di un impiegato del catasto, un ragazzo che non può fare altro che realizzare il destino che gli è toccato.

Le telecamere, spesso e volentieri, se lo dimenticano – per la gioia di molti, tra i quali il sottoscritto, che almeno può assistere ad un minimo di competizione. Perché tolto van der Poel, la gara è intensa e incerta. I belgi, ad esempio, sono forti, fortissimi: Iserbyt è deludente, ma in compenso Aerts è generoso come sempre e chiude terzo; van Aert, invece, è quarto, ma a pensare che a luglio era accartocciato in terra sulle strade del Tour de France, c’è solo da festeggiare. Il migliore dei battuti è Pidcock, secondo, un anno fa campione del mondo tra gli Under 23: non ci fosse stato van der Poel, avrebbe ripetuto quanto fatto ieri dalla Alvarado, vincitrice tra le Elite nonostante la giovane età e l’inquietudine del debutto.

Van der Poel è sempre stato da solo al comando della corsa. Un paio di belgi gli sono rimasti in scia per tre quarti del primo giro, poi sono stati costretti a lasciarlo andare e a fare i conti con la propria straordinaria normalità. E quell’altro, là davanti, che mulinava e scappava: ma da chi? Da una teoria di fantasmi, se è vero che alle sue spalle non spuntava nessuno nemmeno nei rettilinei. Quando una gara è a senso unico, non è nemmeno intrigante da vedere. E allora bisogna concentrarsi sui dettagli, sulle inezie: una traiettoria sbagliata, un pedale incastrato male, una ruota che perde aderenza per una frazione di secondo. Dei campioni, solitamente, si dice che non è interessante sapere se vincono o no, piuttosto vedere come ci riescono, cosa si inventano. Van der Poel, almeno nel ciclocross, ne conosce solo uno. La fantasia non è il suo forte.

Ora che van der Poel ha scherzato la concorrenza crossistica, aspettiamolo su strada. Vincerà molto, ma dovrebbe faticare di più: ha poca esperienza, una squadra modesta se paragonata alle altre, una scarsa abitudine alla distanza e al chilometraggio che ha già dimostrato di poter scontare. Di una cosa, tuttavia, gli va dato atto: non impenna, non sbraccia, non urla. Sul traguardo s’è limitato ad un inchino. Chissà quanto impennerebbero, urlerebbero e sbraccerebbero tanti altri, se avessero vinto la metà di quello che ha vinto lui.

E se lasciasse perdere il ciclocross, almeno per un periodo? Non c’è gusto, rischia di perdere stimoli e passione. Come successe qualche anno fa a Djoković, svogliato e demotivato dopo aver randellato il randellabile. Perché tornasse ai suoi livelli, ci vollero i ritorni di Federer e di Nadal e l’avvento di una nuova generazione. Un paio d’ore prima che van der Poel si divertisse nel fango, Djoković ha vinto gli Australian Open per l’ottava volta. In finale ha battuto Thiem, perdendo comunque due set e restando in campo per quattro ore. L’ultimo set l’ha chiuso 6-4, non proprio una passeggiata di salute. Per dire che ha vinto soffrendo, almeno lui.

 

 

Foto in evidenza: ©Portage, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.