Nuovi eretici e vecchie battaglie

Simon Yates vince l’ennesima tappa spettacolare del Tour de France 2019.

 

Pirenei ultimo atto. Storia, vento, castelli come quello di Foix testimone prima dell’arrivo di vecchie e nuove eresie. Quella storica, con la terribile crociata contro gli Albigesi e il catarismo, il Duecento e un secolo grondante sangue nelle rupi d’Occitania; il tempo nostro invece, quando pellegrini, monaci e pionieri contemporanei che chiamiamo corridori cercano, sulle stesse terre, l’eresia rispetto a un ciclismo ortodosso che fino a ieri, e per troppi anni, aveva visto il Tour dominato da una ripetitiva tattica di squadra, un rituale stantio al quale il Team Sky – ora Ineos – ci aveva male abituati, proprio come una cerimonia vuota che sfornava campioni in serie, coccolandoli come si fa con piccoli principini pronti al trono.

L’eresia del 2019 racconta dunque un’altra storia scritta nell’incertezza. Due nuovi pretendenti alla corona di Parigi veduti ieri, Alaphilippe eroico, ancora in giallo nell’ultima frazione pirenaica. Thibaut Pinot arrembante sul vecchio mostro di polvere che ha nome Tourmalet.

E se prima del riposo di domani deve essere battaglia, che battaglia sia. Sin dal principio l’avanguardia che dà fuoco alle polveri è composta da nobili cavalieri finiti fuori dalla tenzone forse un po’ troppo presto. Nibali, Bardet, Daniel Martin, Mollema, Zakarin, Simon Yates (non proprio gli ultimi della classe), un Nairo Quintana opaco fino ad oggi, gli spagnoli Soler, Fraile, Bilbao ed Herrada, un indomito Ciccone, l’eroico Woods che corre con due costole fratturate. E poi Gallopin, Caruso, Konrad, Reichenbach, Molard, Politt, Bernard, Kämna e il barbuto Geschke.

Un vero e proprio esercito dunque, lanciato a razziare prati, vallate e tornanti dove si consuma il Tour. Ma la terra pirenaica è questa, fatta di mistero e indeterminazione, nuda d’orgoglio come gli arditi odierni che nel primo pomeriggio raggiungono le pendici del Port de Lers che nel lontano ’95 vide involarsi lì, per la sua seconda vittoria di tappa al Tour, un ragazzo che il ciclismo non riesce a scordare: Marco Pantani. Ma bando al magone e alla nostalgia, torniamo ad oggi. Proprio sul primo del trittico di colli finali Alaphilippe per la prima volta capisce il peso di quella maglia che indossa e la paura che la Crociata dei delusi all’attacco si trasformi in un’offensiva a tutto campo mette i luogotenenti sotto frusta per cercare di contenere un vantaggio che va dilatandosi. Davanti intanto si sfalda il troncone sotto l’impulso di Simon Yates, Reichenbach, Molard, Roche, Lutsenko ed Herrada, mentre Nibali appare ancora in affanno. A poco a poco altri si riportano sotto, fra cui l’osservato speciale Nairo Quintana ora aiutato da Fraile, Bilbao e Soler.

Sono una ventina a scollinare per lanciarsi fino a Massat. Cinque minuti, la Movistar all’attacco per ribaltare la rotta del Tourmalet, una tappa ancora da decifrare, anche se continuando nelle metafore da Basso Medioevo è la seconda rocca d’assedio che all’esercito dimezzato degli attaccanti fa davvero paura. Nella sua interezza lunga nove chilometri, gli ultimi tre dell’ascesa si ergono davvero come una palizzata; solo chi osa potrà spuntarla e da lassù guardare all’orizzonte montano il Prat d’Albis, inedito arrivo odierno, che dista ormai meno di quaranta chilometri.

È un solido Geschke ai meno quattro dalla vetta che si avvantaggia sulla carreggiata ripidissima, mentre dietro nel gruppo crepitano le armi in un piovoso cielo pirenaico. È di Landa il primo scatto, mentre Fuglsang prova invano a seguirlo. Sul gruppo maglia gialla ridotto a brandelli, Alaphilippe resiste da solo, mentre è la Jumbo a fare l’andatura. Davanti s’intravede Simon Yates, nella nebbia, piombare sul tedesco, subito dietro Bardet.

Corsa davanti per la tappa, corsa dietro per la classifica. Attacchi, temporale e nervosismo; banchi di nebbia e corridori sparsi prima dell’ultima ascesa; più docile ma che porta ormai a cinquemila i metri odierni di dislivello. Da Foix al Prat d’Albis l’assalto dell’esercito mattutino dei trentasei si è ridotto a un duello anglo-tedesco che vedono le rasoiate di Yates affondare la compattezza di Geschke. Dietro Landa rincorre, ma è Pinot che spariglia le carte, affossando tutti, uno dopo l’altro con una serie di attacchi tremendi. Alaphilippe cede il passo mentre l’ultimo a resistergli è Bernal.

Cala un tramonto di pioggia sui Pirenei di Yates, splendido vincitore odierno, di Alaphilippe volitivo re in affanno, di Pinot, vero pretendente al trono. E calano i Pirenei sul Tour de France. Riposo, pianura, altre vette alpine, in attesa dei Campi Elisi, fra vecchie e nuove battaglie, tentativi di colpi di mano, tutto all’interno di un mondo a portata di click, una splendida eresia di fatica chiamata ciclismo.

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter