Ceylin del Carmen Alvarado stronca Worst e si laurea campionessa del mondo.

 

 

Chi si fosse sintonizzato sui canali che la trasmettevano, avrebbe potuto scambiare la prova dei campionati del mondo di ciclocross riservata alle Elite per una parata militare, la volontà di una dittatura appena instauratasi di sfruttare alcuni dei migliori atleti della nazione per puntellare il regime. Niente di tutto questo, va da sé. La situazione è sì seria – stiamo pur sempre parlando di un campionato del mondo -, ma non così grave. A meno che il soggetto della frase non sia Sanne Cant, la campionessa mondiale in carica da tre anni a questa parte, incapace di insinuare il dominio delle olandesi: se il Belgio fosse stata una dittatura, Cant l’avrebbe fatta sfigurare.

Il collega Alessandro Autieri era stato chiaro: «Il percorso è piuttosto brutto, preparati». Sarà che la preparazione ha sortito i suoi effetti, fatto sta che il percorso non mi è sembrato così brutto: ce ne sono di migliori, beninteso, ma probabilmente anche di peggiori, se è vero che l’adagio ricorda che “al peggio non c’è mai fine”. Ponti, tavole, scalinate: non mancava niente, nemmeno i tratti in contropendenza, quelli più tecnici e quelli più veloci. Un’erba pesante, consumata e appiccicosa ha fatto il resto. Ad essere desolante, semmai, era il contorno: tuttavia, all’aerodromo militare di Dübendorf non si poteva chiedere di più. Suggestivo lo sfondo, invece: ad un tiro di schioppo un laghetto, in lontananza le montagne innevate.

I fatti sono ridotti all’osso. L’Olanda ha dominato – mi si perdoni il termine inflazionato, ma non ne trovo uno più appropriato – dalla partenza all’arrivo. Alla prima curva, il gruppo veniva messo in fila dalle quattro olandesi più forti: Alvarado, Worst, Brand e Kastelijn – la quinta era la Hoeke, la Vos è stata l’assente di spicco. La lotta per il podio non c’è stata: nei cinquanta minuti scarsi di corsa, la Brand è sempre stata la terza forza, più forte delle inseguitrici e più debole delle prime due. Per sottolineare la superiorità olandese, basti dire che la Kastelijn, campionessa europea in carica, è arrivata quinta pur non avendo brillato. C’erano anche le italiane: Lechner è arrivata settima, Arzuffi diciottesima ma appesantita da una bronchite. Ma contro queste olandesi c’era poco da fare.

Le ultime stilettate sono valse il prezzo del biglietto: Brand s’è crocifissa tentando il tutto per tutto, Worst sembrava la più veloce ma Alvarado l’ha stroncata con una volata potente. Le immagini dello sprint sono eloquenti: la bicicletta della Alvarado ondeggiava, quella della Worst era ferma. Se la Alvarado non ha i tratti precisi e algidi delle olandesi, è perché è nata a Cabrera, Repubblica Dominicana. Ha ventuno anni, esattamente venti in meno della Compton, la quarta al traguardo. Ha iniziato a piangere ancor prima di scendere dalla bicicletta e ha continuato sul podio, commuovendosi forse più per lo stupore e per lo sforzo che per la gioia del successo ottenuto. Worst, qualche passo in più in là, fissava il vuoto: la delusione le aveva seccato le lacrime in fondo agli occhi.

L’età permetteva alla Alvarado di partecipare alla prova riservata alle Under 23, ma lei ha rifiutato: voleva prendere parte alla prova riservata alle Elite e coronare una stagione sontuosa con la vittoria più importante. Qualcuno storceva il naso, le consigliava di aspettare un altro anno e di misurarsi con le coetanee. Mi piacerebbe sapere chi avrebbe potuto tenerle testa.

 

 

Foto in evidenza: ©Lazer Pro Cycling, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.