Roglič, come da copione, fa sua la cronometro e veste “La Roja”.

 

 

  • La Vuelta riparte dopo il “día de descanso”. Riposo, rest, repos; visto che in questi giorni si parla anche sloveno: ostalo. Per i corridori è come una parola magica, di conforto, soprattutto quando arriva dopo tappe in cui non si è fatto altro che salire, cadere, prendere pioggia e soffrire il caldo, dove si è inseguito e si è lasciato andare;
  • Il giorno di riposo spesso è anche occasione per indire conferenze stampa o fare annunci; ieri saremmo voluti essere una mosca nell’hotel della Movistar, senza nulla togliere alle altre squadre. Se in corsa spesso fanno storcere il naso, il fuori corsa non è da meno e diverte chi osserva e scrive. Soler, dopo aver mandato a quel paese l’ammiraglia il giorno prima, chiede scusa ai suoi datori di lavoro – non poteva essere altrimenti. Se gli occhi sono le specchio dell’anima, noi avremmo dato in cambio qualcosa per poter essere lì a scrutarli. Quintana, poi, di certo non avrà un futuro come diplomatico: in corsa appicca incendi qua e là, altre volte è così enigmatico che più che una sfinge è un oracolo; a bici ferma – come successo ieri – ufficializza il suo passaggio all’Arkéa-Samsic, nonostante indossi il simbolo del primato, dichiarando che il matrimonio con la Movistar è finito, ma che lui e la squadra sono uniti in questa Vuelta e che non importa se a vincere sarà lui o Valverde;
  • Ma bando alle ciance: oggi è corsa. La Jurançon-Pau, cronometro di trentasei chilometri, non è piatta come sembra: è bensì ricca di insidie. Si corre in terra di Francia, dalla città del vino fino alla città del ciclismo. Pau è un piccolo gioiello da visitare, ma è un posto speciale anche perché da sempre è la città del Tour de France e oggi lo sarà per la prima volta anche della Vuelta. Non sappiamo quanti posti al mondo abbiano ospitato a distanza di qualche settimana due cronometro di due grandi giri; è giusto per lei fregiarsi di questo primato;
  • Ogni volta che osserviamo una tappa della Vuelta ci chiediamo dove sia finito il pubblico, anche se siamo in Francia, anche se siamo in una zona, come si usa dire, “ad alta densità di appassionati di ciclismo”;
  • A dare il via alla tappa è Lennard Hofstede. A questa Vuelta ha due obiettivi: arrivare fino a Madrid e scortare Roglič in mezzo alle insidie di inizio gara. Se il primo compito resta lontano ancora dodici infiniti giorni, il secondo lo sta svolgendo egregiamente. Hofstede, che a giugno si vide rubare la propria bicicletta durante il Delfinato, ha abbandonato ogni velleità personale per immolarsi alla causa dei propri capitani. Al momento è ultimo in classifica e in questa Vuelta, oltre a essere caduto nella cronosquadre del primo giorno, non ha mai concluso meglio del 144° posto della quarta tappa;
  • Dopo di lui, ogni minuto parte un corridore; il cronometro scandisce il via, il ritmo, le pedalate, mentre tutt’intorno si estendono boschi e vigneti, discese tecniche e asfalto a volte sconnesso, a volte liscio. Si arriva a Pau, dove un monumento ricorda i vincitori del Tour e dove si possono gustare crostate di porcini selvatici al cacao oppure foie gras di Espelette;
  • In testa si succedono corridori che un Tour non lo vinceranno mai – Kiryenka, Barta, Bernas, Thomas, Cavagna, Bevin -, ma oggi, in attesa dei migliori, si ritagliano il loro spazio e magari all’arrivo si concederanno un bicchiere di quello buono, oppure a scelta potrebbero assaggiare la salsa Béarnaise che ha origini proprio da queste parti. Visto che la rubrica si chiama “Paella”, ogni tanto qualche dritta culinaria non guasta;
  • In queste ore è comune il pensiero che a giocarsi la corsa saranno quattro corridori più un eventuale quinto: Pogačar, all’esordio in un grande giro. Scorrendo la classifica ti accorgi, però, che al sesto posto c’è il nome di Hagen: un altro esordiente. Il norvegese non è così giovane come il collega sloveno, non è nemmeno così talentuoso: a ventisette anni è alla sua prima stagione nel World Tour. Ha iniziato a praticare tardi il ciclismo, di anni ne aveva ventidue; prima faceva atletica leggera, poi sci di fondo dove era anche una discreta promessa a livello nazionale: trattandosi di Norvegia significa che lo era anche a livello mondiale. Racconta che fino a vent’anni manco sapeva cosa fosse il ciclismo, che non aveva mai neppure visto una corsa in televisione, mentre ora conosce tutto, pure le proprie caratteristiche, che sono da scalatore adatto alle corse a tappe. Trae ispirazione da Roglič e racconta che la cosa più bella della sua esperienza con la Lotto è la possibilità di imparare il fiammingo;
  • È l’ora dei big. Poche cose sono sicure nel ciclismo: una di queste è Roglič che domina la cronometro della Vuelta e indossa “La Roja”. Fonti attendibili ci dicono che la sua vittoria non era stata nemmeno quotata dai bookmakers e aggiungono anche che rischia di non essere più quotata nemmeno la vittoria finale;
  • Pogačar non è bellissimo da vedere, ma è potente e concreto. Guida come un pilota navigato, non ha paura di nessuno, nemmeno del decimo giorno di gara di una corsa come La Vuelta. Paga l’esuberanza e chiude in calando, ma quei primi undici chilometri di cronometro hanno messo paura a molti;
  • Valverde, che ha quasi quarant’anni, prova a gestirsi, ma chiude ugualmente una decina di secondi dietro Pogačar. Valverde ha quasi quarant’anni, ma riesce a essere ancora uomo da corse di un giorno, uomo da corse a tappe, scattista a tratti, e conservatore per vocazione. Valverde a quasi quarant’anni riesce a essere ancora pienamente dentro il ciclismo. Valverde è un artista, il ciclismo la sua ispirazione, la strada la sua tela;
  • López e Quintana, invece, hanno poco da gestire e fanno a pugni con il cronometro. Madre natura ha donato entrambi di stile e gambe per andare forte in salita, ma quando c’è da combattere, da soli contro il tempo, per loro è un altro sport.

 

 

Foto in evidenza: ©La Vuelta, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.