A Toledo arriva di nuovo la fuga: vince Cavagna davanti a Bennett.

 

 

  • Tappa numero diciannove, siamo ormai agli sgoccioli di questa Vuelta. Centosessantacinque chilometri da Ávila a Toledo per una frazione da fuga o da arrivo non per forza a ranghi compatti, considerato il finale complicato su una rampa pendente e caratterizzata dal fondo in lastricato. Quello che conterà verso il traguardo non saranno soltanto le fibre da scattista veloce, ma anche le energie rimaste dopo tre settimane di corsa e dopo le ultime due giornate che si sono sviluppate a gran ritmo, nel tentativo di ribaltare la classifica;
  • Da Ávila a Toledo: dalla Castilla y León alla Castilla-La Mancha; si scende di qualche centinaio di chilometri verso sud e si attraversa El Barracco, dove nel 1971 nacque José María Jiménez, detto El Chava, uno degli scalatori spagnoli più forti e spettacolari della storia. Nove tappe vinte alla Vuelta, l’ultima nel 2001, quattro classifiche dei Gran Premi della Montagna. Fu colpito da un tremendo male: depressione; si ritirò nel 2002 e morì nel 2003;
  • Da Ávila a Toledo si diceva, e prima di arrivare nel capoluogo de La Mancia, la città dove ha vissuto e dipinto per quasi quarant’anni El Greco, si passa “en un lugar de La Mancha“: Val de Santo Domingo. Lì nacque, oramai novantuno anni fa, Federico Bahamontes, il più anziano vincitore in vita della grande corsa a tappe francese che rivela, sulle pagine de La Repubblica, il momento in cui un tifoso gli diede quel soprannome: “Era una salita del Tour de France, e c’era un caldo che non si può narrare“, qualche anno dopo quell’episodio divenne il primo spagnolo a vincere la Grande Boucle. Sempre su La Repubblica, Bahamontes racconta che suo padre era comunista, antifranchista convinto, ma che un giorno rischiò di prendersi una fucilata da un compagno che gli chiedeva di regalargli una cassa di frutta: “Regalare è un termine che non esiste quando hai sei figli da sfamare“. Bahamontes era considerato da Alfredo Martini il più forte scalatore puro della storia, insieme a Charly Gaul e Marco Pantani;
  • L’ultima volta che la corsa spagnola è arrivata a Toledo era il 2010 è vinse Philippe Gilbert: era la sua seconda vittoria in quella Vuelta. Anche due anni prima la corsa fece tappa qui: vinse Bettini davanti a Gilbert e Valverde. Questi ultimi due potrebbero dare la zampata anche oggi nonostante abbiano rispettivamente trentasette e trentanove anni e stiamo vivendo una stagione di repentino cambio generazionale. Loro però – in due hanno conquistato già tre successi a questa Vuelta – non hanno la minima intenzione di mollare, né oggi né tantoméno nei prossimi anni. Per la cronaca, al sesto posto quel giorno arrivò Davide Rebellin, che di anni ne aveva trentasette e che oggi pedala ancora in gruppo;
  • Al via della tappa c’è anche Fernando Barceló che ieri su Twitter ha raccontato un episodio particolare che lo ha visto protagonista: “A volte siamo degli idioti. Ieri sera avevo la febbre, la mattina mi sveglio e mi convinco di stare meglio; vado in fuga, abbiamo venticinque secondi di vantaggio massimo, mi riprendono, cado in discesa, un corridore della Burgos mi presta la sua bici e arrivo al traguardo, come posso, con ventinove minuti di ritardo“. Pochi minuti dopo, Óscar Cabedo, il corridore che gli aveva prestato la bici, risponde così: “Sono contento che grazie alla mia bici sei arrivato a fine tappa, ma spero che tu non me lo abbia restituito con le scarpe appese ai pedali“. Il ciclismo, ai tempi dei social, è anche questo;
  • Dei primi sedici della classifica generale, sono ben sei i corridori che arrivano da altre discipline o che, durante l’inverno, si dilettano con altri mezzi che non siano la bici da strada: cosa faceva Roglič, prima di diventare ciclista, lo sappiamo tutti, inutile soffermarci; il quinto in classifica, Pogačar, è campione nazionale di ciclocross e si diverte, quando può, anche con gli sci ai piedi; Hagen, ottavo stamattina, è stato un talento dello sci di fondo norvegese e ha praticato per anni, prima di passare alla strada, la Mountain Bike. Ex bikers di livello importante sono anche Fuglsang – che in un mondiale Under 23 di cross country sconfisse Schurter – ed Hermann Pernsteiner, ex corridore specialista delle prove Marathon. Alle sue spalle, in classifica generale, c’è Ion Izagirre, che spesso d’inverno corre nel ciclocross, insieme a suo fratello. L’importanza della multidisciplinarietà dovrebbe essere presa in considerazione anche in Italia;
  • Quando pensi di raccontare storie di ordinaria amministrazione, tra sbadigli e copioni già scritti, di poter spaziare e analizzare la corsa che è stata fino a quel momento oppure buttare qua e là qualche aneddoto, ecco che la Vuelta riesce a creare trame da dove non ce ne sono, a farti balzare sulla sedia e a far salire le pulsazioni come se fossi in corsa o a bordo strada. Caduta di gruppo; coinvolti diversi corridori della Jumbo-Visma; restano intruppati Roglič e López e la Movistar, compatta, si butta pancia a terra. Lo sgarbo dura pochi minuti, Valverde affianca i suoi compagni e fa segno di rallentare: il gruppo aspetta e da dietro rientrano. Le polemiche si innescano da subito e andranno sicuramente avanti per qualche giorno;
  • Nel finale, anche oggi, ventagli, anche se saranno timidi approcci alla lotta contro il vento. Dopo il ricongiungimento tra il gruppo Movistar e il gruppo della maglia rossa, Declercq si mette a tirare: proprio non ce la fa a starsene buono. Le gambe gli prudono e il vento che soffia in fronte – oppure lateralmente – è il suo migliore alleato quando c’è da mostrare quella faccia da duro e quelle spalle larghe e che lo rendono uno dei corridori più forti se c’è da stare in testa al gruppo;
  • Davanti, intanto, Cavagna, che non sarà grosso quanto Declercq, ma a questa Vuelta va davvero forte, attacca a venticinque dall’arrivo: il suo sembra quasi uno sgarbo al compagno di squadra. Perlomeno in Deceuninck, però, non si corrono contro e se davanti attacca uno, dietro hanno la decenza, il più delle volte, di starsene buoni. Nel team Movistar spesso non si ragiona così e abbiamo avuto l’ennesima conferma, anche dalle dichiarazioni di Arrieta arrivate subito dopo le scaramucce di qualche chilometro prima, che ogni tanto hanno la tendenza a perdere la bussola;
  • Cavagna procede tutto da solo, il distacco è un elastico poco veritiero – ma oramai qualsiasi suiveur è abituato a diffidare da ciò che legge in sovrimpressione – e la strada che costeggia il Tago è una presa in giro: il traguardo sembra non arrivare mai per il francese;
  • Su una delle colline che si affaccia sul capoluogo de La Mancia c’è un monumento dedicato all’Aquila di Toledo che quando si ritirò urlò: “Trovatelo un altro Bahamontes!” Come lui ce ne sono stati pochi, è vero, ma Cavagna, oltre a essere un vincitore degno della tappa di oggi, sta dimostrando di essere davvero un gran bel corridore;

 

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclingnews, Twitter

 

 

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.