Paella, variante numero diciotto

La maglia rossa è salda ma la classifica continua a cambiare.

 

 

  • Il ruban jaune è un fiocco giallo. È un riconoscimento assegnato da oltre ottant’anni all’atleta che fa registrare la media più alta in una corsa superiore ai 200 chilometri. Fino a ieri quel fiocco era sul tubolare di Matteo Trentin: 49.64 chilometri orari risalenti alla Parigi Tours 2017. La frazione di ieri, tuttavia, ha assegnato un nuovo fiocco giallo. È Philippe Gilbert a detenerlo: la sua media, sui 219 chilometri della tappa di ieri, è stata di 50.63 chilometri orari;
  • Il disegno della diciottesima frazione della Vuelta, da Colmenar Viejo a Becerril de la Sierra, è bizzarro: quattro asperità di prima categoria e arrivo in leggerissima pendenza dopo una lunga discesa, a metà strada tra l’esasperazione che caratterizza la Vuelta e i dubbi che lasciano alcune tappe alpine e pirenaiche del Tour de France, con i gran premi della montagna più importanti posti a 60 chilometri dal traguardo;
  • La frazione di oggi rimanda al lemma “cambiamento” e a tutti i vocaboli ad esso relativi. C’è una sensazione di cambiamento nella storia delle tappe corse qui vicino. In particolare in una, quella che nel 2015 unì San Lorenzo de El Escorial a Cercedilla: quel giorno Fabio Aru vinse la Vuelta. C’è il ricordo del cambiamento di quell’anno nelle parole di Luis León Sanchéz. In Sanchéz, a dire il vero, c’è anche la speranza del cambiamento attuale. In alcuni c’è ancora la scottatura del cambiamento di ieri, di una tappa che poteva non cambiare nulla e ha cambiato molto; in altri c’è il piacevole sentore di aver cambiato e di poter ancora cambiare, ché di strada per Madrid ne manca ancora;
  • Tra i tredici uomini al comando spicca il nome di Louis Meintjes. Il sudafricano ha avuto una stagione complicata, tra la caduta alla Parigi Nizza e quella al Giro di Romandia, che gli ha portato in dote la frattura del polso e un lungo periodo fuori dalle corse – fino a giugno. Il suo direttore sportivo ha affermato che il corridore è alla Vuelta solo per migliorare. Noi crediamo abbia scelto il molo migliore per farlo: dalla testa della corsa. Per vedere più avanti, per crederci meglio, per crederci di più. L’ultimo sudafricano a vincere alla Vuelta fu Robbie Hunter nel 1999: chissà;
  • La gente vive in sincronia con la corsa. Il ciclismo è una sorta di catarsi, in fondo: per questo tutti lo paragonano alla vita. Vedere l’idolo sportivo cadere e rialzarsi è un promemoria per la propria esistenza. Forse per questo oggi sembra esserci più entusiasmo tra le persone. Forse la tappa di ieri ha risvegliato qualcosa. Radici estirpate dal “così è” e piantate nel “così potrebbe essere”;
  • Miguel Ángel López scatta. Lo riprendono. Riparte. C’è disperazione agonistica in quegli attacchi che flagellano ogni centimetro di pelle, la stessa che si intravede nei suoi occhi occhi quando scorge Primož Roglič sempre sulla sua ruota. Una sorta di groppo in gola ingrossato dal ricordo di quella maglia rossa, sulle sue spalle appena due settimane fa. Lo stesso di quando il possibile diventa fenomenicamente impossibile; lo stesso di quando quei quattro minuti di ritardo non calano di un secondo;
  • La psicologia è da sempre un elemento chiave del gruppo. Roglič può trarre sicuramente beneficio dal notare che Quintana non è poi così irresistibile quando la strada sale – anzi, accusa diversi secondi di ritardo dai migliori. Lo sloveno ne esce rafforzato. Quintana, dal canto suo, sarà frustrato al pensiero di aver recuperato molto in una tappa a lui non adatta – quella di ieri – ma di non aver saputo concretizzare sulle sue salite – quelle di oggi: una frustrazione continua, quotidiana, onnipresente;
  • La pedalata di Sergio Higuita è potente, rotonda. Diremmo anche elegante sino allo striscione del traguardo. Dai microfoni spagnoli si disperdono diversi impresionante: una, due, tre volte. Ed è vero. C’è qualcosa dell’impressionismo ma anche dell’espressionismo nella vittoria del corridore ventiduenne di Medellín. Qualcosa che ha a che vedere con l’aria aperta delle montagne, ma anche con i tocchi rapidi e veloci su una tela. Una tela che è prolungamento. Come tutti i chilometri in fuga per quel tocco di vittoria;
  • Torniamo indietro di un paio di punti. Quanto c’è di studiato nella mossa di Roglič che sul traguardo precede Valverde e Maijka? Non c’entra nulla con gli abbuoni, c’entra piuttosto con i segnali. C’entra con una frase non detta ma fatta annusare: “Non solo non mi avete staccato, ma vi ho anche preceduto”. Può esserci tanta forza e tanta debolezza in tutto questo. Si può cercare di intimorire l’avversario perché si è molto forti o perché si inizia a sentire di essere più deboli;
  • Valverde torna a scavalcare Quintana nella generale, una sorta di continuo rimpallo tra i due compagni di squadra: sia in sella che nelle dichiarazioni della mattinata. Bisogna essere chiari, però: alla conclusione della Vuelta mancano tre giorni e qualcuno deve pur prendersi la responsabilità di perderla per provare a vincerla. Quando si parla di corridori del genere è davvero così importante mantenere un podio?

 

 

 

Foto in evidenza: ©El Espectador, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/