La fuga a volte è banale: se c’è Gilbert, vince Gilbert.

 

 

  • Le strade che uniscono il Circuito di Navarra a Bilbao, lungo i 171 chilometri della dodicesima tappa de “La Vuelta”, hanno una caratteristica: sono aperte al vento. Pochi edifici e molti campi che favoriscono raffiche d’aria trasversali. I volti tesi di molti atleti alla partenza di stamattina sono dovuti anche a questo: si temono “buchi” in gruppo e situazioni che possono creare danni in classifica generale. Le preoccupazioni manifestate, ad esempio, da Philippe Gilbert e Luis León Sánchez sono indicative. Per affrontare il vento, il plotone usa disporsi in ventagli: il gruppo, più o meno ampio, diviene una sorta di fisarmonica che si apre e si chiude, varia forme e dimensioni, seguendo la direzione e la forza delle folate di vento;
  • Le biciclette vanno simbolicamente a sostituire le automobili nel circuito automobilistico di Navarra da cui parte la tappa. Scena interessante, significativa. Non la prima volta per la Vuelta che ha operato questa sostituzione fisica e mentale già ad Assen, Jerez e Jarama;
  • La visita a parenti ha qualcosa del ciclismo antico: i corridori di “casa” si fermano lungo la strada, attesi dal plotone, a salutare i propri cari a bordo strada. Oggi effettuerà la visita a parenti Jon Aberasturi Izaga del team Caja Rural. La corsa infatti transiterà da Vitoria-Gasteiz, luogo di nascita dello spagnolo;
  • Gli scatti dei primi cento chilometri di corsa sono innumerevoli. Ad ogni attacco tutti i taccuini sono pronti ad annotare i nomi dei “definitivi” attaccanti di giornata. Nulla da fare. Si respira una sensazione di continuo rinvio. Un rimando senza limiti che non stanca le gambe dei candidati alla fuga che anzi sembrano affannarsi sempre più. Quasi tori inferociti richiamati da un drappo rosso sventolato e poi sottratto e nascosto;
  • Thomas De Gendt è un toro ferito. Mantiene la parola data, nonostante le gambe non siano quelle dei giorni migliori. È orgoglio. Esempio. Tenacia. Tutte cose che fanno bene al ciclismo. Non è fuga, almeno non oggi;
  • Serve grande qualità per sfuggire alle grinfie del plotone. Il dato è significativo: tra i diciannove all’attacco ci sono due fra i corridori  con più vittorie in assoluto a “La Vuelta”. Parliamo di John Degenkolb, dieci successi, e Philippe Gilbert, cinque successi. Tra i ciclisti in corsa solo Alejandro Valverde conta più vittorie. Crediamo che fra i direttori sportivi degli atleti non entrati in questo tentativo ci siano state diverse grida, alla maniera di Luca Scinto: una fuga del genere potrebbe davvero arrivare;
  • Gli ultimi cinquanta chilometri sono una sfida ad alta velocità. Il vantaggio cala o aumenta con il variare dei cambi in testa al plotone e alla fuga. Marco Marcato e Imanol Erviti sono gli uomini maggiormente attivi. Il primo in testa alla fuga, il secondo nel plotone. Il loro è a tutti gli effetti un duello a distanza. Contano le gambe ma ancora di più la testa. Chi è davanti si racconta di un traguardo sempre più vicino e di un vantaggio comunque sufficiente; chi è dietro compie un’altra narrazione nella propria mente. Un vantaggio scarso con ancora molti chilometri da percorrere. Non c’è realtà o fantasia totale. C’è interpretazione;
  • L’attacco di Jacopo Mosca sa molto di un sospiro. Come quando non accade qualcosa che temi o accade qualcosa che speri. Crediamo sia la seconda opzione: proprio oggi Mosca ha rinnovato il contratto con la Trek Segafredo;
  • Non è casuale la presenza in fuga di Cyril Barthe. Un cognome che richiama echi filosofici. E forse qualcosa c’è. Ci piace fermare la sua immagine mentre racconta di essere contento per la vittoria di Iturria ieri: “mi è spiaciuto non essere stato lì con lui. Vorrei tanto imitarlo”. Niente fronzoli retorici. La sincerità;
  • La vista di Bilbao dall’alto è un contrasto. Sembra una città immersa nella calma, quasi rilassante. In realtà chi segue questo sport sa che quando “La Vuelta” arriva a Bilbao, sono scintille. Quell’atmosfera quieta è un inganno della sorte. Le strade che vi si innestano sono quanto di più insidioso si possa immaginare a metà di un Grande Giro;
  • Oggi non era tappa dove perdere la Vuelta, è vero, ma non essere accorsi in incidenti o inconvenienti vari non è così banale. È parte della costruzione di una vittoria, di un piazzamento o magari di una sconfitta più o meno onorevole;
  • Velocità, tempo, sfide e poi vince Philippe Gilbert. Quasi un omaggio all’assurdo. No, non perché vince Gilbert, questo sarebbe il prevedibile. C’è dell’assurdo perché mentre nelle penne scorrevano immagini legate alle lancette di un orologio, di un contachilometri, di un timer, sulla strada emergeva lui. Un atleta che sembra aver fermato il tempo. Per lui che vince. Per gli altri che nulla possono fare. Così fuori dal tempo eppure così dentro al tempo. Nel nocciolo più interno;
  • I due più diretti inseguitori di Gilbert sul rettilineo traguardo si guardano e forse si parlano. Non sappiamo cosa si siano detti, ma dallo sconforto dello sguardo si intuisce qualcosa del tipo: “e adesso chi lo prende questo?”
  • Uno degli aspetti più belli del ciclismo è il rumore delle grida e degli incitamenti lungo le strade. Abbiamo rivisto l’ultimo chilometro senza le voci dei cronisti in sottofondo, concentrandoci sui rumori. Pochi. Forse troppo pochi. La voce dello speaker sembra quasi stonare per quanto è nitida. Sembra una festa spenta. Un peccato.

 

Foto in evidenza: ©La Vuelta, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/