Guarda chi si rivede: Quintana e Aru protagonisti assoluti alla Vuelta.

 

 

  • Più che una cronosquadre d’apertura, quella di ieri è stata una carneficina: oltre all’incidente che ha coinvolto quasi tutti i membri della Jumbo-Visma, va segnalato un qualcosa di analogo successo alla UAE-Emirates e ad una delle ammiraglie della Euskadi-Murias. Se in quest’ultimo caso la colpa è da ascrivere alla frenesia del guidatore, nei primi due i corridori non avevano margine di manovra: Jumbo-Visma e UAE-Emirates, infatti, sono cadute nella stessa curva intorno ai sei chilometri dall’arrivo a causa della rottura di un tubo dell’irrigazione di una delle abitazioni circostanti che ha bagnato l’asfalto;
  • I contorni grotteschi della serata passata dalla Jumbo-Visma sembrano espandersi a macchia d’olio: Kuss, il corridore che si è staccato subito dopo la partenza, è stato vittima di un problema meccanico – non si sa se in pedana o dopo le prime pedalate; il tubo della malora sgorgava dal giardino di una casa a cinquecento metri dalla curva incriminata e pare che ad averlo rotto sia stato un bambino evidentemente troppo agitato mentre sguazzava nella piccola piscina di casa sua;
  • Tuttavia, quel che è successo ieri appartiene già alla storia; oggi si corre la seconda tappa della Vuelta a España 2019, la prima in linea: duecento chilometri da Benidorm a Calpe;
  • Benidorm, come San Sebastián e tante altre località spagnole e non, esiste quasi esclusivamente in funzione del turismo estivo – selvaggio, copioso, asfissiante. Scrivere un’invettiva su un tema così complesso non ci intriga, anche perché non abbiamo gli strumenti necessari per farlo, però la vista è davvero mediocre. Benidorm può vantare qualche primato in merito: è la terza città spagnola per camere d’albergo dopo Madrid e Barcellona, quella con più grattacieli per abitante del mondo ed è conosciuta come la New York del Mediterraneo;
  • Dei tre grandi giri, quello spagnolo è nettamente il più duro. Pro Cycling Stats, uno dei siti ciclistici di riferimento, ha individuato soltanto due tappe per le quali può valere la dicitura “di pianura”: la cronosquadre d’apertura e la frazione conclusiva di Madrid;
  • Quella odierna non fa eccezione. I gran premi della montagna sono tre: il primo e l’ultimo di seconda categoria, il secondo invece di terza. Il terzo è l’Alto de Puig Llorença e termina a venticinque chilometri dal traguardo;
  • La prima fuga della Vuelta segue un canovaccio classico: quattro attaccanti che difficilmente arriveranno, ma che sicuramente ci riproveranno. Sono Lastra, Smit, Madrazo e Armée;
  • Nonostante i trentaquattro anni che compirà a dicembre, Sander Armée ha centrato un solo successo nel corso della sua carriera: la diciottesima tappa della Vuelta a España 2017;
  • Madrazo è stato protagonista di un simpatico siparietto nel corso di una delle conferenze stampa che precedevano l’inizio della corsa a tappe spagnola. Il pubblico era rappresentato perlopiù dai giovani corridori che stavano partecipando a La Vuelta Junior Cofidis, dunque le domande sono state schiette e anche un po’ invadenti. Madrazo ha raccontato quanto fosse ribelle da ragazzo e come abbia imparato a pedalare senza le due rotelline che tutti i bambini, almeno all’inizio, non vorrebbero mai togliere. Lui, per non sapere né leggere e né scrivere, le ha tolte anche dalla bicicletta di suo figlio, che ha tre anni e mezzo;
  • In Spagna vogliono vedere le ferite e il sangue che trabocca. Sull’ultima salita di giornata, tre chilometri al 9,5% di pendenza media, il gruppo si frantuma e rimangono solo i migliori – tranne Fuglsang e Kruijswijk;
  • Quintana e Aru spazzano via le chiacchiere di un anno in venti chilometri – anche le nostre, dato che ieri scrivevamo che il colombiano non ci faceva una bella impressione: il primo vince la tappa con un colpo di mano di pregevole fattura, il secondo fa sfoggio di tutto il suo talento – e del suo carattere: la fasciatura al ginocchio sinistro non è un vezzo;
  • Un’operazione chirurgica la fa anche Roche, che s’imbarca con Quintana, Aru, Roglič, Nieve e Urán e si ritrova sul podio con la maglia rossa sulle spalle;
  • Il finale è stato talmente convulso che nessuno si è accorto della fuga che veniva riacciuffata. Madrazo, che al dolore ci è abituato essendo cresciuto con una bicicletta senza rotelline, se ne farà una ragione. La sensazione più spiacevole della sua infanzia, tra l’altro, non è legata ai momenti in cui perdeva l’equilibrio e finiva a terra, bensì ai ceffoni della madre: “me li dava quando non studiavo”, ha ricordato Madrazo senza nostalgia, “e ve lo assicuro: facevano molto più male”.

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclingnews.com, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.