La Vuelta non ha un padrone: oggi esultano Arndt ed Edet.

 

 

  • Valls, la sede di partenza dell’ottava tappa della Vuelta a España 2019, diede i natali a Xavier Tondó Volpini, il corridore spagnolo che morì il 23 maggio 2011 in seguito ad un incidente domestico. Rimase schiacciato dalla porta del garage che si chiuse all’improvviso proprio sotto gli occhi di Beñat Intxausti, il quale impiegò diverso tempo a superare lo shock. Inxtausti, che da allora ha dedicato più volte la vittoria alla memoria di Tondó Volpini, sembrava potesse partecipare alla Vuelta 2019, ma alla vigilia la Euskadi-Murias ha cambiato idea, preferendo puntare su altri corridori;
  • Come si riprendono ventuno fuggitivi? La risposta è contenuta nella domanda, ma più avanti saremo meno criptici;
  • Qualche curiosità, parte seconda: per la prima volta nella sua storia, la corsa spagnola riserverà una maglia speciale per il miglior giovane – sarà bianca, come vuole la tradizione dei grandi giri, lo stesso colore che fino allo scorso anno distingueva il leader della classifica combinata; l’organizzazione ha preso accordi per trasmettere in diretta le tappe della Vuelta anche su alcuni aeroplani; vuoi perché arriva nel finale di stagione, vuoi perché la lista dei partecipanti non è sempre irresistibile, il grande giro spagnolo registra sempre l’exploit di qualche seconda linea: nel 2016 vinsero due tappe a testa Meersman e Cort Nielsen, nel 2017 fu il turno di Marczyński, nel 2018 toccò a King. E quest’anno? Assisteremo ancora una volta a sorprese simili?
  • Come si riprendono ventuno fuggitivi?, ci chiedevamo poco sopra. Facile: in nessun modo;
  • L’acquazzone che la corsa incontra nella seconda parte della giornata è più che sufficiente per bagnare la miccia del gruppo: la vittoria di tappa se la giocheranno i fuggitivi, gli scalatori devono sprecare poche energie in vista della frazione di domani;
  • La carriera e la vita di Peter Stetina, il vincitore dell’unico gran premio della montagna di giornata, sono state scombussolate dagli eventi più incredibili: la scorsa stagione è andata persa smaltendo l’Epstein-Barr, lo stesso virus che nel recente passato ha frenato anche Chaves e Cavendish; nel settembre del 2013, invece, Stetina vide la sua casa invasa dall’alluvione che sconvolse il Colorado negli stessi giorni in cui suo padre, Dale, venne investito e spedito in coma; nel 2015, come se non bastasse, si fratturò tibia, rotula e quattro costole in un terribile incidente ai Paesi Baschi: due paletti di ferro inspiegabilmente presenti e non segnalati a dovere nelle battute finali della prima tappa lo fecero schizzare in aria, e il suo direttore sportivo fu costretto a farlo rimanere sdraiato e a non guardare in basso, altrimenti sarebbe stato peggio. Tornò quattro mesi più tardi al Tour of Utah e nel corso della prima frazione prese un’acquata leggendaria: tuttavia, al traguardo affermò d’essersi goduto ogni singola goccia;
  • Nei quindici chilometri finali succede di tutto: dei ventuno al comando vanno via i tre più improbabili, ovvero Guerreiro, Tusveld e Barceló; nel tratto di discesa il gruppo della maglia rossa perde ulteriore terreno, mentre davanti si fa a gara a chi rischia meno; poi, una volta giunti in pianura, i fuggitivi si ricompattano;
  • Tusveld e una moto dell’organizzazione rendono gloria a Igualada, la sede d’arrivo: considerata la capitale europea della pelle, il corridore della Sunweb e il mezzo che a due chilometri dalla fine si trova davanti a Ludvigsson rischiano di rimetterci la loro;
  • L’imprevisto fa tirare i freni a Ludvigsson, che viene ripreso e saltato da Štybar, il quale dà l’impressione d’aver già vinto non appena decolla;
  • E invece una curva ad angolo retto e la leggera salita conclusiva lo respingono; con una stoccata magistrale vince Arndt – velocista che in questo caso rimane seduto – davanti ad Aranburu e Van der Sande – velocisti anch’essi, ma nella posizione classica per un tempo apparso interminabile;
  • Edet ha sfruttato al meglio l’occasione: è la nuova maglia rossa – evidentemente rosso fuoco, sembra che bruci le spalle di chi la indossa, tanto viene bistrattata e ceduta;
  • Stetina è arrivato dodicesimo, penultimo nel gruppetto che si è giocato il successo. E dire che se fa parte della Trek-Segafredo anche quest’anno, gran parte del merito va attribuita alla mancanza di rispetto di Sosa, che all’ultimo minuto decise di non rispettare i patti presi e di firmare per il Team Sky. Siamo sicuri che l’acqua non abbia scalfito Stetina più di tanto e che lui sia ancora convinto di quanto disse qualche anno fa, quando gli chiesero cosa pensasse del ciclismo dopo tutti i problemi che in maniera più o meno diretta gli aveva causato: “un ciclista felice è un ciclista veloce e questo, almeno per me, rimane il mestiere più bello del mondo”.

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.