La Vuelta riposa dopo l’assolo di Fuglsang e i dubbi di Valverde.

 

 

  • Dumoulin, Bennett, De Plus, Kruijswijk, Roglič, Gesink, Tony Martin e Van Aert: giocando con l’organico, questa è la squadra che la Jumbo-Visma potrebbe schierare al prossimo Tour de France – e stiamo lasciando fuori Bouwman, Foss, Groenewegen, Hofstede, Jansen, Kuss, Teunissen, Tolhoek, van der Hoorn e van Emden. Non c’è da stupirsi, dunque, della facilità con la quale sta controllando la Vuelta a España 2019;
  • Il Puerto de la Cubilla, la salita che ospita l’arrivo odierno, è stata scoperta prima dai cicloamatori che non dai professionisti: se i primi la scalano da una vita, la Vuelta vi si arrampica oggi per la prima volta in assoluto;
  • È l’ultimo vero arrivo in salita; quelli previsti per giovedì e sabato saranno più corti ed esplosivi, pur arrivando al termine di giornate altrettanto dure e insidiose;
  • Sulla parte sinistra della testa Luis Ángel Maté ha una cicatrice piuttosto fresca che parte dalla tempia e si perde sulla nuca. Tutta colpa di una caduta nella prima tappa del Giro di Polonia: stava pilotando Fortin, uno dei velocisti della squadra, ma non ha visto una buca all’uscita di una curva e ha portato a terra anche l’italiano. Fortin si è fratturato quattro costole e ha riportato uno pneumotorace da trauma, mentre per ricucire la ferita di Maté sono stati necessari cinquanta punti di sutura. “Il casco mi ha salvato la vita”, ha detto; trentacinque giorni dopo è uno dei corridori che prova ad entrare nella fuga della sedicesima tappa della Vuelta a España 2019;
  • Tuttavia, gli attaccanti non vanno via facilmente. È tutto un tira e molla, nel senso che Tony Martin tira un gruppo intero alla caccia dei fuggitivi, ai quali non sembra intenzionato a mollare nemmeno un metro, nemmeno una pedalata, nemmeno la più piccola stilla di speranza. Poi i compagni di squadra gli appoggiano una mano sulla spalla, facendogli capire che non sta facendo durare fatica soltanto a chi vuole scappare;
  • La maglia di miglior scalatore del grande giro più duro del calendario continuano a giocarsela Madrazo e Bouchard, non certo due grimpeur che muovono le folle;
  • Nel gruppo che poi andrà a giocarsi la tappa c’è Maxi Richeze, uno dei corridori più sottovalutati del plotone. I quattordici anni di professionismo lo hanno fornito di un’esperienza e di un colpo d’occhio fuori dal comune, e infatti è uno dei migliori ultimi uomini dell’ultimo decennio; quando i suoi capitani si perdono, però, si fa trovare sempre pronto per provare a far fruttare il talento di cui dispone: nella tappa di Oviedo ha chiuso al secondo posto, abile a guadagnare le prime posizioni del gruppo evitando la caduta pressoché generale e risoluto nell’abbandonare Jakobsen quando questi ha tirato i remi in barca; solo Bennett quel giorno ha fatto meglio di Richeze. Oggi è in fuga in una delle frazioni più difficili di questa Vuelta: nel ciclismo non conta soltanto vincere, per fortuna;
  • “Passino le aspre pendenze, passi pure l’alzarsi sui pedali per sgranchirsi, rilanciare l’azione e far rifiatare le gambe, ma forse togliere la sella per disincentivare la seduta è troppo”, deve aver pensato Bizkarra notando che quella della sua bicicletta non c’era più;
  • Juan Antonio Flecha è il protagonista di una delle rubriche che Eurosport manda in onda quotidianamente; si chiama “Juan and only”, un gioco di parole traducibile in “il solo e unico”: perfettamente calzante, dato che si tratta dell’unico corridore spagnolo ad essere salito sul podio del Giro delle Fiandre, il secondo nella storia della Parigi-Roubaix – il primo fu Miguel Poblet;
  • Se esiste una legge della compensazione, Soler dovrà farsi trovare pronto: avrà di che godere;
  • Perché se Quintana e Valverde nelle ultime due settimane hanno perso meno del previsto, gran parte del merito è proprio di Soler. Che i due capitani della Movistar non stessero così bene s’era intuito anche dalle loro parole – che sono traditrici e figlie del diavolo, ma talvolta significano proprio quello che paiono significare: Quintana aveva detto che quando non si ha più benzina non si può far altro che alzare il piede dall’acceleratore, e infatti accusa altri due minuti e mezzo da Roglič; Valverde, invece, s’era limitato a sussurrare che la vittoria della Vuelta non era più così vicina – così come il podio, per ora è secondo ma intanto oggi ha perso venti secondi da Pogačar e López;
  • Luis Ángel Maté non è mai riuscito a rientrare sulla fuga di giornata; ha aspettato qualche attimo di troppo e quando si è mosso era troppo tardi. È arrivato sessantesimo a oltre un quarto d’ora da Fuglsang, che ha vinto un’altra volta in questa stagione – un altro ritardatario: è un outsider di pregio, ma s’è messo in proprio troppo tardi. Maté è un attaccante, per natura o per necessità poco importa; nelle prime due settimane di corsa è stato al coperto, gustando le gioie dei compagni di squadra da lontano, loro davanti e lui parecchio indietro. Sembra finalmente che l’incidente sia alle spalle e nei prossimi giorni sarà lui stesso a crearsi una fuga su misura, se non riuscirà ad entrare in quella giusta. Perché la paura è lecita e il dolore reale, ma nel ciclismo non c’è spazio per chi si lamenta – mentre, al contrario, ce n’è tantissimo per provare a lasciare il segno.

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.