Herrada vince la tappa ma la nuova maglia rossa è Teuns.

 

 

  • Forse Valverde aveva immaginato un finale diverso per la sua carriera: chissà quanto dev’essere uggioso ribadire che no, il capitano della Movistar in un grande giro non è lui anche se sta bene, e che sì, quel ruolo spetta ora a Quintana e ora a Landa, i quali sono più giovani e adatti di lui – falso, considerando che gran parte del ritardo in classifica Valverde lo accumula proprio perché fa da gregario agli altri due, più giovani di lui soltanto all’anagrafe;
  • Avevamo parlato bene di Quintana e Aru e puntualmente hanno dimostrato delle difficoltà – nel giorno peggiore, peraltro, quello del primo arrivo in salita; seguiremo gli sviluppi e ci ricorderemo della lezione: mai giudicare in divenire, ché i pronostici sono tanto simpatici quanto scivolosi;
  • Ogni volta che un gruppetto di disgraziati va in fuga sulle strade spagnole fa rivivere l’epopea di Frodo Baggins e dei tre Hobbit che lo accompagnano – non sempre, ma non è questo il momento – verso Mordor: paesaggi desolati, possibilità di buona riuscita pari a zero. Tuttavia, la Compagnia dell’Anello che ieri si era messa in viaggio ha raccontato una storia diversa: “Chi ci ha seguiti in televisione avrà pensato che eravamo tre stupidi, ma uno di quegli stupidi ha vinto”, ha detto Bol all’arrivo, che con gli Hobbit non è accomunato dall’altezza – è un metro e ottantaquattro – bensì dall’ottimismo e dalla testardaggine;
  • La tappa di oggi è estremamente adatta alle fughe, tant’è che mezzo gruppo vuole entrarvi; la frazione va via veloce, per alcuni anche troppo: de la Parte, Roche, Carthy e Urán sono le vittime più illustri di una caduta che porta a terra diversi ciclisti e sono costretti ad abbandonare la corsa;
  • Oggi compie ventisei anni Jacopo Mosca, uno degli otto corridori che la Trek-Segafredo ha scelto per la Vuelta a España 2019; fino ad un mese fa, Mosca correva per la D’Amico-UM Tools, una Continental italiana;
  • Non ce ne voglia Urán, al quale auguriamo una pronta guarigione, ma il suo ritiro permette alla Education First di esprimersi come meglio le riesce: attaccando;
  • Grmay e van Garderen, due degli undici fuggitivi, fanno esattamente quello che tutti si aspettano da due corridori come loro: il primo attacca quando all’arrivo mancano circa trenti chilometri, d’altronde c’è chi nel finale potrebbe fregarlo, dunque conviene avvantaggiarsi; il secondo, invece, impossibilitato a godere della libertà e della buona salute per un lungo periodo, cade nel tratto di discesa che precede l’ultima salita;
  • Teuns è diventato un gran bell’atleta. Abile ad entrare nelle fughe e adatto alle classiche vallonate, il suo storico inizia ad essere importante: vittoria di tappa al Delfinato e al Tour de France, la maglia rossa conquistata oggi, nono alla Liegi-Bastogne-Liegi di quest’anno, terzo al Giro di Lombardia 2018 e alla Freccia Vallone 2017;
  • Pensate un po’ quanto conta il tempismo nel ciclismo: in un primo momento sembravano destinati ad arrivare Grmay e Oliveira, poi si sono susseguiti diversi scatti e davanti sono rimasti in due, Teuns e Jesús Herrada; il primo, vista la calcolata arrendevolezza dell’Astana, capisce di poter prendere la maglia rossa – il solo fuggitivo ad essere posizionato meglio di lui in classifica era de la Cruz, ma si è irrimediabilmente staccato; concentrato nel perseguire il suo obiettivo, Teuns imprime un ritmo più che sostenuto; Herrada ne beneficia senza mai dare un cambio, simulando una crisi imminente che non si verificherà mai; l’unica cosa che accade è che Herrada accelera a poche centinaia di metri dal traguardo e Teuns prosegue immarcescibile nel suo esercizio. Se l’Astana avesse tenuto chiusa la corsa, se il vantaggio della fuga fosse stato minore o se al posto di Teuns ci fosse stato un altro corridore, Herrada avrebbe dovuto inventarsi qualcos’altro;
  • Tuttavia, come disse ieri suo fratello José, “Madrazo e Bol hanno fatto i furbi e mi hanno messo nel sacco, ma il ciclismo è questo”. Che differenza tra le lacrime dei due: dal dispiacere alla gioia c’è stato giusto il tempo d’una corsa di biciclette.

 

 

Foto in evidenza: ©Tacx, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.