Paella, variante numero sette

Le pendenze proibitive della Vuelta premiano Valverde, ma la battaglia rimane aperta.

 

 

  • Tejay van Garderen ha abbandonato la Vuelta. Stava male. In corsa come alla partenza. “Nessuno merita questo”, aveva detto. Non parlava di se stesso. Parlava di Urán e Carthy, caduti e ritirati nella giornata di ieri. “Si soffre da cani. Chissà che nottata”, aveva detto. Anche qui non parlava delle proprie condizioni. Parlava di Urán e Carthy. I propri problemi li ha sminuiti: “Sono solo abrasioni, sono fortunato. Nulla di che”. Per dire che poi il dolore è dolore e se stai male, forse, alla fine non ci arrivi; ma quello che guardi, quello su cui focalizzi l’attenzione, è più importante. Per l’uomo, non per il ciclista;
  • I nomi delle località di partenza e arrivo odierne, Onda e Mas de la Costa, richiamano qualcosa del mare, delle acque. Un gioco di contrari affascinante;
  • La partenza della settima tappa della Vuelta ha tutti i connotati di una deflagrazione: si va via a cinquanta chilometri orari nella prima ora di gara e il gruppo finisce letteralmente a brandelli;
  • La Bahrain-Merida in testa al gruppo sin dalle prime battute di gara per non far lievitare il vantaggio dei dieci uomini al comando può significare una sola cosa: quella di Dylan Teuns in maglia rossa non vuole essere una parentesi;
  • Visto dall’alto, il gruppo della Vuelta è caratteristico. Probabilmente ogni grande giro ha una macchia di colore differente che in un certo senso e per chissà quale strana coincidenza lo caratterizza e lo ricorda;
  • Yukiya Arashiro ha un feeling particolare con le prime volte. Nel 2009 è stato il primo giapponese, insieme a Beppu, a portare a termine un’edizione del Tour de France. Ieri sera, essendo compagno di camera di Dylan Teuns, ha vissuto un’altra prima volta: essere in stanza con il detentore della maglia di leader di un grande giro. Stamattina era entusiasta. Sì, perché c’è un altro sentimento particolarmente sviluppato nei giapponesi: l’attenzione ai dettagli;
  • L’azione in fuga di Philippe Gilbert fa a schiaffi col tempo che passa. Trentasette anni di corridore, signore e signori;
  • C’è un senso di sollievo e rilassatezza in casa Cofidis dopo la vittoria di ieri. Del resto sappiamo il motto di Roberto Damiani: “Sempre per vincere”. Di Damiani conosciamo anche la puntigliosità: è lui stesso a definirsi un rompiscatole con i propri corridori, dunque questa rilassatezza non durerà più di qualche ora;
  • La Movistar ha fatto quello che doveva: un ritmo indiavolato per mettere in difficoltà Teuns. C’è solo da sperare che non sperperino tutta la fatica fatta con qualche tattica sconsiderata nel finale – come più volte negli ultimi tempi;
  • La salita finale verso Mas de la Costa propone punti con pendenze al 25%. Talvolta andare a zig-zag è inevitabile, soprattutto per i non specialisti;
  • Gli uomini di classifica sono tutti davanti, quando la fuga viene ripresa alle pendici della salita finale. Chi attacca? Quintana, per ben tre volte. Diverse sono state le vignette satiriche per il suo attacco nella seconda frazione. Aspettiamocene altrettante;
  • Primoz Roglič è lo stesso uomo del Giro d’Italia. In Spagna però nessuna polemica quotidiana sui suoi rapporti con la stampa o su altre questioni a dir poco fantasiose. Forse dovremmo farci due domande;
  • Valverde che vince a Mas de la Costa è qualcosa che arricchisce questo sport. È il classico corridore amato più per come vince che per i numeri – impressionanti, sia chiaro. Stamani aveva detto: “Noi siamo contenti l’uno per l’altro. Non interessa chi vince”. Accantonando per un attimo l’imparzialità, diciamo che vedere Valverde in rosso a Madrid varrebbe più di mille discorsi e voli pindarici;
  • Per la terza volta la maglia rossa torna sulle spalle di Miguel Ángel López. L’aveva conquistata nella cronosquadre inaugurale per poi perderla a vantaggio di Nicolas Roche a Calpe. Tornato a vestirla a Javalambre, l’aveva ceduta ieri a Teuns. Stasera la roja sarà ancora in camera sua;
  • Finalmente abbiamo visto meno spettatori correre a fianco dei corridori: saranno state le pendenze a intimorirli?
  • La Vuelta cerca sempre la spettacolarizzazione anche – e soprattutto – sfruttando le pendenze delle salite spagnole. Non che le frazioni di questi giorni siano state noiose, ma rispetto a ciò che ci si poteva aspettare non è successo granché. Anche i corridori oggi parlavano di “distacchi difficili da scavare”. Gli organizzatori non dovrebbero riflettere su questo fatto?

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclisme Français, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/