La prima volata va al più forte, ovvero a Sam Bennett.

 

 

  • Nicolas Roche ha detto una cosa semplice, finanche banale: “Spero di tenere la maglia rossa il più possibile, quantomeno qualcosa in più dell’ultima volta”. Banale per tutti, magari, tranne che per lui. L’ultima volta – e unica, peraltro – fu nel 2013: Roche strappò la roja a Nibali al termine dell’ottava tappa, ma il giorno dopo fu costretto a cederla a Dani Moreno, che vinse la nona frazione e gliela sfilò per un solo secondo;
  • La terza frazione della Vuelta a España 2019, la Ibi-Alicante, misura centottantotto chilometri, e pur non essendo altimetricamente piatta dovrebbe rappresentare la prima occasione che hanno i velocisti per mettersi in mostra – diciamolo sottovoce, però, ché alla Vuelta a España tra teoria e pratica c’è un abisso;
  • Va registrato il primo ritiro: riguarda Mickaël Delage della Groupama-FDJ, vittima di un’angina batterica che gli ha portato in dote una febbre da cavallo;
  • Il gruppo vuole prendersela tranquilla: d’altronde la temperatura è elevata, il finale della tappa di ieri è stato esigente e un’eventuale fuga verrebbe annullata facilmente nella seconda parte della frazione. Madrazo, Rubio e Sáez, consci che la scure dell’inevitabile si abbatterà su di loro senza pietà, cercano di non pensarci e guadagnano qualche secondo di vantaggio – e poi due, quattro, sei minuti;
  • Qualche curiosità, parte prima: la Vuelta venne spostata nell’ultima parte della stagione a partire dal 1995, dato che in primavera cozzava con le classiche e col Giro d’Italia; la maglia rossa di leader della classifica generale compie dieci anni e il primo ad indossarla fu Mark Cavendish, il cui tramonto risveglia una tristezza difficilmente esprimibile a parole; tra i partecipanti ce ne sono tre che la Vuelta l’hanno già vinta: Valverde, Aru e Quintana;
  • Grazie alla fuga di ieri, Madrazo ha vinto i due premi che, secondo molti amici e addetti ai lavori, “sono quelli che meglio lo definiscono”: la maglia dei gran premi della montagna e il riconoscimento del più combattivo di giornata;
  • Per capire chi saranno i velocisti che si giocheranno la tappa basta vedere chi staziona in testa al gruppo: Declercq, Troia e Poljański, ovvero Quick-Step, UAE-Emirates e BORA-hansgrohe, dunque Jakobsen, Gaviria e Bennett. Tuttavia ci sono anche Mezgec, Degenkolb, Theuns, Bauhaus e sottovalutare gli avversari non è mai raccomandabile;
  • Le località di partenza e arrivo sono strettamente legate al mondo dello sport: Ibi è la città di Rubén Plaza, che alla Vuelta ha vinto due tappe; Alicante, invece, adottò a suo tempo Miriam Blasco, la prima donna nella storia dello sport spagnolo a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi – Barcellona, 1992;
  • Molti paesaggi assomigliano alle visioni allucinate di Buzzati: ora un fitto bosco verde, ora la terra gialla e brulla, ora il sottile profilo delle montagne all’orizzonte;
  • La Vuelta è quella corsa in cui una salita di terza categoria può essere lunga quasi sette chilometri e a giocarsi uno sprint intermedio a venti chilometri dall’arrivo sono gli uomini in lotta per la classifica generale;
  • La Vuelta è dura, è vero, ma Fernando Gaviria è un corridore in evidente difficoltà – fisica e psicologica;
  • L’impressione è che gli organizzatori della corsa spagnola, prima di dare il via ad ogni tappa, facciano avvantaggiare Tony Martin: il gruppo si trova quasi sempre alle sue spalle, anche quando non te lo aspetteresti, anche se il momento sembrerebbe non permetterlo;
  • Il vento non è un’esclusiva del Tour de France. Nel finale della terza tappa ce n’è molto ed è contrario;
  • Sam Bennett invece va dritto al sodo, dove deve andare: sul gradino più alto del podio. La concorrenza non è all’altezza e lui ha trionfato con una tale facilità da rendere superflua la volata;
  • Quella di oggi è stata una frazione estremamente noiosa, e va bene così: che il ciclismo riscopra la pazienza e sappia fare a meno dello spettacolo, che a primeggiare sia la resistenza e non la velocità e che le istituzioni sappiano sempre interpretare al meglio delle loro possibilità i tempi che cambiano.

 

 

Foto in evidenza: ©El Español, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.