Alla Vuelta è festa slovena, Valverde e Quintana si difendono, cede López.

 

  • Oggi alla Vuelta si sale. Nessuna novità: fin’ora, per chi pedala, attimi di respiro ce ne sono stati ben pochi. Nella giornata odierna, però, come si usa dire, si fa sul serio anche per gli uomini di classifica;
  • La salita che porta all’Alto de Los Machucos è irregolare ma aspra, forse una delle più dure di questa Vuelta, e potrebbe ispirare qualcuno intento a scalfire l’inscalfibile, ovvero Primož Roglič. Tratti che arrivano al 26% perfetti per esaltare gli arrampicatori più portati alle pendenze estreme, ma anche risciacqui che permettono di recuperare, prima di un tratto finale che tira nuovamente all’insù e fa venire le vertigini;
  • Si esce dai Paesi Baschi dopo due tappe che hanno regalato due fughe – le ennesime – e due vincitori completamente agli antipodi: Iturria e Gilbert. Secondo le statistiche, quella di ieri di Gilbert è stata la vittoria numero settantasei in carriera. Quella di Iturria la numero uno. Per la Deceuninck la numero cinquantanove quest’anno, per la Euskadi Basque Country-Murias la nona. I belgi per l’anno prossimo si sono assicurati altri talenti tra i migliori al mondo, mentre la squadra basca potrebbe chiudere a fine stagione a causa di alcune difficoltà economiche;
  • Due parole su Aru: non parte per problemi fisici e la notizia in sé non stupisce. Giudicare è difficile. Dal punto di vista tecnico ci sbilanciamo nel dire che forse aver corso Tour de Suisse, Tour de France e Vuelta dopo un’operazione delicata è stata una scelta azzardata. Facile dirlo a posteriori, dopo averlo anche inserito tra i possibili primi dieci, è vero. Dal punto di vista umano, invece, ci sentiamo di fare i migliori auguri al corridore, perché in queste ore il bar sport si sta dimostrando parecchio indelicato – per usare un eufemismo – nei suoi confronti. Non ci aspettavamo un trattamento differente: d’altronde è facile erigere a simbolo un uomo al suo massimo splendore per poi voltargli le spalle quando sta andando a fondo;
  • Si arriva in Cantabria percorrendo strade che non ammettono tregua né permettono di tirare il fiato. E a proposito di fiato: qui due anni fa – all’indomani dell’unico precedente arrivo su queste rampe – quello di Froome fu aiutato dalle famose spruzzate di Ventolin che potevano costargli caro. Qui, su questa salita, un Froome ammalato cedette mezzo minuto a Nibali e diede speranze alla Vuelta del siciliano. Qui, su questa salita, vinse Stefan Denifl, ottantadue anni dopo Max Bulla, pioniere del ciclismo austriaco che conquistò due frazioni nella prima edizione assoluta della Vuelta a España. Quella vittoria Denifl se l’è vista cancellare pochi mesi fa, insieme a buona parte della sua carriera, a seguito del coinvolgimento, con conseguente squalifica, nell’operazione Aderlass;
  • Cronaca di un inizio tappa annunciato: batti e ribatti, la fuga va, non va, poi si sgancia un gruppo di una trentina di corridori e dentro c’è di tutto. Mancano solo corridori capaci di impensierire seriamente la roja di Primož Roglič;
  • Inizialmente si pensa che il gruppo oggi possa tenere a vista la fuga, e invece passano i chilometri e aumentano i minuti di distacco. Dietro c’è quella sonnolenza tipica dei pomeriggi spagnoli, mentre davanti la corsa è una continua miccia accesa; se non fossimo ai piedi della Cordigliera Cantabrica, sembrerebbe di assistere a una kermesse su pista;
  • Tra i maggiori fomentatori ci sono Poels, che cerca di dare un senso a una Vuelta senza senso per tutto il Team Ineos, e De Gendt, che un paio di giorni fa diceva di sentirsi stanco e scarico. C’è anche Bouchard, che pedala da quando è bambino, ma lo fa seriamente soltanto dal 2018. Per un periodo ha diviso la sua carriera di buon dilettante nelle corse francesi con quella di commesso alla Decathlon. Passato professionista nel 2019, a questa Vuelta si scopre specialista della fuga e anche qualcosa in più. La tappa di oggi gli regala per diversi chilometri il sogno di poter vestire la maglia dei gran premi della montagna: si fermerà a soli due punti da Madrazo;
  • Jon Odriozola, ex professionista e attuale direttore sportivo della Euskadi-Murias, in carriera ha vinto una sola corsa: la Subida a Urkiola. Al termine della tappa conquistata da Iturria, ha detto che mentre il suo uomo era all’attacco pensava di morire. Oggi, tutto solo in testa, a un certo punto c’è Héctor Sáez, il più lesto, bravo e fortunato a uscire indenne dalla guerra scoppiata precedentemente tra i fuggitivi. In tre giorni Odriozola rischia di vincere, da caposquadra, il doppio di quanto ha vinto da corridore; purtroppo per loro l’azione si infrange sull’ultima salita: troppo pesante Sáez, troppo pendente la strada che porta al monumento della Vaca Pasiega. Forse Odriozola non lo ammetterà mai, ma può starsene tranquillo almeno l’ultima mezz’ora di corsa, tirerà il fiato e non rischierà di nuovo la propria incolumità;
  • Ti aspetti López e rischi di aspettarlo in eterno. Lui attende di fare il suo gioco, nonostante l’Astana abbia ricucito in qualche modo sulla fuga, mangiando minuti su minuti nei tratti in falsopiano; se fosse una sinfonia sarebbe la n.8 di Schubert: Unvollendete, l’Incompiuta;
  • Ti aspetti i colombiani, ma invece arrivano gli sloveni. Non disfano, fanno. Non attendono, agiscono. Sono un agile tandem, un duo che si completa. Se Roglič significa presente, Pogačar si traduce con futuro. Se Roglič a meno di un cataclisma porterà a casa la corsa, Pogačar continua a mettere in chiaro che da domani si faranno i conti anche con lui, e che il ciclismo che verrà porterà anche il suo nome – per qualcuno ancora difficile da scrivere e da pronunciare.

 

 

Foto in evidenza: ©La Vuelta, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.