A Frascati svetta Richard Carapaz, decolla Primož Roglič, mentre affonda Tom Dumoulin

 

Gli urlavano: “A Bruno, te menamo si nun pij la maglia rosa“. Erano sessantamila tutti per lui. Era Bruno Monti, l’idolo locale, il “morin d’Albano” come lo definì Vasco Pratolini. 1955, la decima tappa del Giro si corre in circuito a Frascati e tra un “aho Bruno, aho Monti!” quel “regazzino alto appena il normale, solido e insieme minuto, dai lineamenti gentili, dall’espressione furba e sempre un po’ imbronciata“, strappò la maglia rosa a Magni. Su quello stesso circuito mesi dopo si correrà il Mondiale su strada dove “il caldo sarà il peggior nemico degli uomini” come intitolava L’Unità alla vigilia. Più che caldo, fu bollente e mise fuori gioco Coppi, Magni e Koblet; vinse Ockers che l’anno dopo morì tragicamente nel velodromo di Anversa.

Per arrivare oggi a Frascati invece, si parte da Orbetello: dalla Toscana al Lazio. Ci si lancia da quella penisola a forma di mandorla dove i pescatori verso le due e mezza di mattina si gettano nel Tirreno. Anguille, orate, ombrine, muggine, spigole, la pesca a strascico è limitata dalla legge e da quelle parti si usa il coppo per raccogliere i pesci. A quell’ora, mentre i pescatori maledicono il mare, Gaviria vive sonni tormentati: “Tra una cosa e l’altra si rientra tardi in hotel e faccio fatica a dormire“, Viviani sogna la rivincita: “Volevo mollare tutto, ma oggi ci riprovo” e Roglič, invece, ha la calma del mare leggermente increspato prima dell’alba: “Vivo giorno per giorno, non ho paura di nessuno“.

La tappa è lunga e il profilo è mosso come una maschera spaventosa. Il finale tira all’insù, mentre la parte centrale è un alternarsi in mezzo al verde di lunghi rettilinei e strade tortuose. Il percorso si allunga, si spezza, toglie il fiato, incoraggia i fuggitivi e inibisce il gruppo. Le nuvole coprono il cielo e i saliscendi ispirano Cima, Maestri e Frapporti, di nuovo in avanscoperta come il secondo giorno di gara: sono la fratellanza della fuga in questo Giro d’Italia.

Mirco Maestri è un reggiano che vuole ritagliarsi il suo spazio nella storia evadendo, appena può, dal gruppo. A inizio stagione è stato all’attacco seicentocinquanta chilometri alla Tirreno-Adriatico e oltre duecento alla Milano-Sanremo. Non ha paura di mostrare la sua faccia al vento, da solo o in compagnia, ma ha paura di volare: “Per questo preferisco correre in Italia, una volta, viaggiando in Malesia, sono stato sveglio trenta ore“. Marco Frapporti è un bresciano trapiantato nel veronese, lo scorso anno è stato premiato come “Re delle fughe” al Giro, lui dice che non riesce a stare mai in gruppo perché deve assecondare la sua indole impulsiva. Damiano Cima, anche lui bresciano, si ispira a Bettini e quando in inverno poggia la bici ama andare a caccia, l’unico momento, sostiene, in cui può fare le cose con calma.

Il gruppo si gode il lusso: più che predatore, è sibarita, il vantaggio dei tre si dilata fino a toccare quasi nove minuti. Il distacco è un aspro su e giù, così come dura è la legge del ciclismo: i tre davanti iniziano a sentire l’ombra del plotone farsi minacciosa come un nuvolone nero. Cima molla, siamo a venti dall’arrivo, Frapporti e Maestri vengono risucchiato ai meno dieci.

Non c’è tempo per studiare chi è davanti, giusto un attimo per ripassare Trilussa: “La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto: so dov’arrivo e nun me pijo pena“. La strada è lunga, sentenziosa: seimila metri che cambiano il volto del Giro. Si sbanda, si frena, si cade, il gruppo va in mille pezzi come i progetti di Dumoulin che sbatte per terra e finirà a oltre quattro minuti dalla maglia rosa: il ginocchio gronda sangue rosso come un vino dei castelli.

Nibali, Yates, Formolo e López sono pesci che restano a galla, ma nel gruppo davanti c’è Roglič, un predone, per lui stasera il vino scorrerà a fiumi. C’è un laziale, Valerio Conti, che un po’ ricorda quel Bruno Monti, i suoi tifosi lo seguono al Giro da giorni e s’immagina un finale vincente. Lui o Ulissi non fa differenza, per il compagno di squadra darebbe tutto. C’è però Carapaz che sguscia via come un anguilla, c’è Ulissi che tentenna, Ewan che fa passare troppo tempo prima di prendere una decisione, Ackermann fatica, Démare si stacca.

Quando arrivano sul traguardo e a Orbetello si rientra dalla pesca, a Frascati ci si prepara nelle fraschette: porchetta, guanciale, carbonara, vino a fiumi. È il banchetto di Carapaz, lo sfizio di Roglič. Agli altri per oggi, solo avanzi. Mentre il Giro di Dumoulin sembra già finito.

Foto in evidenza: Twitter, Giro d’Italia

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.