Quando conta vincono sempre loro

La Strade Bianche è affare di Julian Alaphilippe e Annemiek Van Vleuten

I corridori si nascondono dietro maschere. Caschetti od occhialini, espressioni indecifrabili, enigmatiche facce da sfingi, ghigni a metà tra sorriso e sforzo intenso.
Ci sono ciclisti che si assomigliano pur arrivando da posti diversi. Kwiatkowski e Benoot sono due gocce d’acqua per esempio. Divisi da una pedalata differente, quando scendono dalla bici ti lasciano a bocca aperta: ci sono gemelli come Simon e Adam Yates, ma ci sono anche Kwiatkowski e Benoot. Il polacco e il belga sono uniti dal fatto di essere gli ultimi due vincitori di questa corsa, solo che, Mister K. come lo chiamano per farla breve, è stato dirottato altrove: la sua squadra punta su Gianni Moscon.

Tiesj Benoot invece non marca visita, anche se una settimana fa è caduto durante una corsa in Belgio, ed è qui per mettere in palio la cintura da detentore: la sua squadra oggi si butta sullo sterrato investendo su di lui e su Tim Wellens.

Ci si sposta su altre espressioni, su altre facce, alla ricerca di sosia e di vincitori, di Guelfi e Ghibellini, di facce impolverate da una giornata tremendamente soleggiata che bacia Siena sin dal mattino. Ci sono Visconti e Nibali, siciliani trapiantati in Toscana, rivali sin da quando hanno scoperto la loro vocazione, divisi, uniti e poi nuovamente divisi.

Ci sono corridori che sembrano uguali per via di sponsor ed elmetti, come soldatini su uno scenario di guerra, è il caso della Deceuninck, armata invincibile fatta di capitani, generali e luogotenenti e dove se peschi un nome a caso puoi trovare il vincitore di oggi. Tra di loro c’è Alaphilippe, per qualcuno simile a Bettini, per altri con quel pizzetto ricorda un Peter Sagan con la febbre e grosso quasi la metà.

Ci sono squadre che se potessero utilizzerebbero espressioni care a un senese come Cecco Angiolieri, ma con diplomazia fanno capire che a loro della Strade Bianche interessa il giusto; è il caso della Vital Concept: puntano tutto sulla Parigi-Nizza e per loro essere qui sembra quasi una scocciatura.

Il cielo è di un azzurro così luccicante che ti ci puoi specchiare, sembra un altro mondo rispetto all’anno scorso. La miccia si innesca, e mentre nella corsa femminile si contano i feriti, tra i maschi iniziano le prime schermaglie, si butta giù la dinamite, si tira un lungo cavo e si trascina polvere da sparo, lungo strade ricoperte di polvere e argilla.

Nico Denz balla sui pedali, Diego Rosa ha una lettera in più, un cognome da ciclista e tanto da dimostrare,  Léo Vincent, si porta dietro il fardello di non aver mai vinto in carriera, Alexandre Geniez quello di aver vinto meno di quello che ci si poteva aspettare. Eserciti con soldati francesi e truppe britanniche che danno il via alle ostilità, teste di ponte italiane e tedesche, fratelli in armi: sono i quattro fuggitivi della prima ora.

A pranzo ci si gusta un’olandese: Annemiek Van Vleuten è una ribollita innaffiata di rosso, doveva vincere un’olandese e così è stato. Le facce stremate all’arrivo rendono merito alla corsa delle ragazze, le immagini che arrivano a quindici dall’arrivo, molto meno.

Pochi minuti dopo, Rosa, con una maglia nera, serve il secondo staccando i suoi compagni di fuga e da dietro sulle Sante Marie i migliori prendono il largo. Ci sono facce conosciute, difficili da confondere nonostante nuvoloni di polvere da tempesta nel deserto: ci sono le facce belghe di Van Aert e Van Avermaet, Stybar che digrigna i denti e Alaphilippe che morde il freno, c’è Lampaert dal viso spigoloso, in un’elegante maglia tricolore, Lutsenko nel biancoceleste kazako, con il suo compagno Fuglsang, faccia da bambino, c’è il duo Wellens-Benoot, c’è Skujins e pochi altri.

Su Monte Aperti: “Me ne andrò così, tanto per andare“; è Corto Maltese, marinaio e poi pirata, parole interpretate da Alaphilippe, maglia blu come il mare e Fuglsang, maglia celeste come il cielo, sono pirati e sono marinai. Non del mare, ma della creta, navigatori terrestri di un paesaggio lunare che si infila tra balze e biancane.

Il danese attacca, il francese risponde, Van Aert in un primo momento, resiste, chiederà pietà qualche chilometro dopo, tenendoli a tiro fino al traguardo. Alaphilippe è una cavalletta che sfida la fisica balzando su delle pedivelle, il danese un anarchico che non ha mai voluto studiare.

I corridori sono alla frutta, un ex biker e un ex ciclocrossista, sono così poliedrici che trasformano il finale in un duello da schermidori, battibeccano, si feriscono, permettono il rientro di Van Aert con un motore consumato dalle fatiche del ciclocross e che di questi tempi non dà merito a una testa con pochi eguali.

Van Aert prova a partire di slancio, Fuglsang anticipa la volata, ma sotto la Torre del Mangia la faccia che sorride, dietro caschetto e occhialini, è facilmente riconoscibile e ha l’espressione di Alaphilippe. Perché al momento quando conta, vincono sempre loro, uomini in blu e donne olandesi, anche quando lo scenario non è il Belgio, ma quello delle crete senesi.

 

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.