Le corse d’inizio stagione pullulano di storie, come quella di Winner Anacona.

 

Winner Anacona è l’ombra di Nairo Quintana da ormai tanto tempo. Si allenano insieme in Colombia, ad esempio, ma è puro divertimento, nessuna promessa da mantenere o risultato da conseguire. Winner Anacona è l’ombra di Quintana soprattutto in corsa: anzi, pedalandogli davanti, è Quintana a trovare nell’ombra di Anacona un porto sicuro, una stanza calda e accogliente. Specialmente quando è indolente, dice di voler attaccare ma ci ripensa, la corsa gli passa davanti e lui guarda da un’altra parte. E allora, in Anacona affiora talvolta la voglia di provarci.

E così, quando è partito ad una quindicina di chilometri dal traguardo della quinta tappa della Vuelta a San Juan, Quintana ha capito che lo stava facendo per se stesso, che non si trattava di un’esercitazione, che non se ne stava andando per fare da punto d’appoggio al capitano. Avrebbe tirato dritto finché le gambe lo avrebbero sorretto, l’unico punto d’appoggio è il traguardo da tagliare in prima posizione, a maggior ragione oggi che il leader Alaphilippe sta arrancando.

Le gambe non gli hanno fatto scherzi, dunque Winner Anacona ha sbancato: tappa e primato nella classifica generale, che a un paio di giorni dalla fine sembra soltanto una formalità, una questione d’attenzione. Su Twitter ha ringraziato i suoi compagni, Carapaz e Quintana su tutti: oggi ha vestito quelli che solitamente sono i loro panni. Si è limitato ad un messaggio essenziale, Anacona: non sempre è stato così.

Durante l’ultima edizione della Vuelta a España, per dirne una, il colombiano ha risposto per le rime ad un uomo, tale Manuel Esteban Perdomo Ramirez, che lo accusava di scarso impegno. Uno come te non può perdere quarantuno minuti, gli scrisse. Pagliaccio, gli rispose Anacona, se tu conoscessi il mio ruolo all’interno della squadra staresti zitto.

Non andò meglio nel 2016, quando Juan Manuel Santos si congratulò con gli atleti colombiani per quanto fatto al Tour de France. Anacona ribatté che dei suoi ringraziamenti se ne faceva di poco, dato che in Colombia per diventare un ciclista bisogna fare tutto da soli perché nessuno investe in questo sport. “Non sopporto la politica che salta sul carro del vincitore per racimolare voti”, precisò lui. Se la politica si ispirasse ai valori del gregariato, forse questo mondo girerebbe diversamente.

Winner Andrew Anacona è nato corridore senza nemmeno saperlo, senza nemmeno volerlo. Suo padre aveva deciso per lui. Andrew come Hampsten, uno per il quale stravedeva. Winner, che sarebbe dovuto essere Winnen, come Peter Winnen, buon corridore degli anni ottanta, uno per il quale il padre di Anacona avrebbe fatto follie.

Winner e non Winnen per la solita storia sudamericana: un anagrafe che fraintende, non chiede conferma e affibbia a un neonato un futuro diverso da quello immaginato, un destino che ha preso una delle mille strade che gli si paravano davanti. Winner, infatti: un buon corridore, non un vincente.

Una tappa alla Vuelta a España 2014 e basta, prima del successo alla Vuelta a San Juan. Fu terzo a Saint Jean de Maurienne al Tour de France 2015, ottavo un paio di giorni più tardi sull’Alpe d’Huez, quando Quintana attaccò ancora una volta troppo tardi, quinto ad Andorra Arcalis un anno dopo. Appena passato professionista, prometteva bene: non un vincente, certo, ma poteva venir fuori qualcosa di interessante. Poi, alla vigilia di Natale del 2012, un cane gli tagliò la strada mentre si stava allenando: caviglia rotta, degenza lunga e futuro che muta un’altra volta. Da quel momento, Anacona non ha più né un nome da onorare né il peso insostenibile di responsabilità che non gli appartengono.

Winner Anacona reclamava un posto al sole da ormai un po’ di tempo, una saltuaria occasione per dimostrare di che pasta è fatto, per avere qualcosa da raccontare, d’altronde una gioia personale ingigantisce la nostra figura agli occhi degli altri. Vorrebbe conquistare almeno una tappa tanto al Giro d’Italia quanto al Tour de France, lasciando il segno nelle corse che più gli piacciono. Non avrà molte possibilità, però.

Landa, Valverde e Quintana contano troppo su di lui per poterlo mandare al macello troppo presto. Lo terranno a freno, gli ricorderanno che la Movistar è prima di tutto una grande squadra, anche se da come si muovono spesso non sembra. Tornerà al suo ruolo, spianando la strada ai suoi capitani e litigando con chi gli dice che un buon corridore come lui non può accumulare un ritardo così pesante. Quando lo vedrete voltarsi, esaurirsi a decine di chilometri dal traguardo, e anche quando non riuscirete a vederlo, disperso in mezzo al gruppo o su un passo alpino o pirenaico, non dispiacetevi troppo per lui: significa che ha svolto il suo lavoro alla perfezione.

 

Foto in evidenza: @Winner Anacona, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.