Mathieu van der Poel monopolizza anche il campionato del mondo di ciclocross.

 

La toponomastica danese sembra ispirarsi alla mitologia. Nei nomi dei paesi risuona la profondità della storia, in quelli delle regioni si avverte l’importanza di armistizi che hanno posto fine a guerre antichissime. Bogense, la località che ha ospitato i campionati del mondo di ciclocross, riempie la bocca. Bogense che è stata accorpata a Otterup e Søndersø, dando vita al comune di Nordfyn, facente parte della regione dello Syddanmark. Peccato che i ciclisti di eroico non abbiano niente. Sono magri e vulnerabili, non salvano vite e non risolvono conflitti, vengono pagati profumatamente per realizzare quello che da sempre immaginano vividamente nelle loro teste.

Gli atleti del ciclocross non si differenziano. Anzi, la specialità nella quale eccellono è quella che si avvicina di più al gioco. Un’illuminazione, un capriccio, il bisogno di trasgredire regole prestabilite per sentirsi vivi. Basta un toboga fangoso e un paio di transenne per delimitare il percorso. Per le biciclette non c’è nessun problema, per una volta possono andar bene anche quelle da strada, poi le laveremo insieme a noi. Il circuito di Bogense si riempie per la prova più attesa, quella che vede affrontarsi i migliori. Viene dato il via, questo sfogo primitivo durerà un’ora soltanto, un’ora in cui Bogense diventa un catino in cui rimbomba il clangore di campane e urla.

Nelle prime dieci, dodici posizioni, soltanto una maglia spagnola e una italiana interrompono una policromia formata da pochi colori: quelli del Belgio e dell’Olanda. Ancora prima che si esaurisca la prima metà di gara, emergono i soliti due ragazzi, quelli che più di tutti gli altri si divertono a inzaccherarsi. Sono Van Aert e van der Poel, che mettono in serio pericolo le fondamenta di questo pezzo, ché i ciclisti non saranno eroi, ma a volte ce ne sono alcuni che fanno venire la voglia di inforcare una bicicletta e pedalare finché gambe e polmoni non scoppiano, finché il sole che fa capolino a Bogense per assistere dalla prima fila non ha asciugato l’ultima pozzanghera.

Van Aert ha la bocca spalancata, le narici non gli bastano più; van der Poel è composto, ha provato un allungo, ha rallentato per studiare da vicino Van Aert ma ha ancora la bocca serrata, l’aria che entra dai buchi del naso è più che sufficiente. È un brutto segnale, per Van Aert: bocca chiusa batte sempre bocca aperta. E poi gli olandesi sono testardi, hanno saputo resistere all’avanzata del mare mangiandogli la terra, per questo van der Poel quando guarda l’orizzonte e scorge l’acqua che è lì due passi, si sente a casa. Anche sul podio si sente a suo agio. Ha vinto un’altra volta, ci sarebbero da aggiornare diverse classifiche ma nessuno ne sente il bisogno. Il ciclocross sarebbe davvero una bella disciplina, se non ci fosse Mathieu van der Poel.

 

Foto in evidenza: ©youkeys, Wikimedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.