Cataldo vince la tappa e Nibali recupera quaranta secondi su Roglič.

 

 

Nei dintorni di Como c’è un detto che recita più o meno così: “Il lago di Como ha la forma di un uomo, una gamba a Lecco e quell’altra a Como, il naso a Domaso e il sedere a Bellagio”. Se Mattia Cattaneo e Dario Cataldo sapessero che il lago di Como ha la forma di un uomo, si tranquillizzerebbero. Siccome il ciclismo da queste parti piace molto, essere un uomo equivale spesso ad essere un ciclista. E il ciclismo, si sa, alla quiete preferisce l’irrequietezza, alla pancia del gruppo il vento in faccia. In una tappa che assomiglia così tanto al Giro di Lombardia, dunque lunga e mossa, Cataldo e Cattaneo sperano di portare via dal gruppo una fuga numerosa. Quando devono fare la conta, impiegano un attimo: sono in due, loro due.

Cataldo guarda Cattaneo e, nonostante i cinque anni in più, vi si riconosce. Anche Cataldo vinse il Giro d’Italia riservato ai dilettanti, proprio come Cattaneo, e ha provato per anni a rincorrere il sogno di un piazzamento fra i primi dieci di un grande giro. Non essendo mai andato oltre due dodicesimi posti consecutivi al Giro d’Italia, ha dovuto reinventarsi gregario. Esercita egregiamente la professione ormai da anni, e ci mette talmente tanto impegno e buona volontà da far impallidire gli egoisti. Qualche giorno fa si rialzò pur facendo parte della fuga che sarebbe arrivata al traguardo: sembravano ordini dell’ammiraglia, e invece fu lui ad ammettere candidamente che non aveva le gambe per giocarsela. “Mi dispiace perché potevo risalire in classifica”, disse, “ma in squadra ci sono delle regole: o vinci o aiuti a vincere”: per un gregario dev’essere difficile stabilire quando i limiti dell’una sfumano nell’altra.

Cattaneo scruta Cataldo e, nonostante in cinque anni in meno, spera forse in qualcosa di meglio. Non che la carriera di Cataldo non sia dignitosa, beninteso. È che dopo la vittoria al Giro d’Italia dilettanti del 2011, a Cattaneo non ne è andata bene una: tra infortuni e dubbi, il corridore che insieme ad Aru avrebbe dovuto rappresentare l’Italia nelle corse di tre settimane era letteralmente scomparso. Lo ha rilanciato Gianni Savio, tanto per cambiare; e anche Cattaneo, come Cataldo, ha dovuto tratteggiare di nuovo i suoi orizzonti: centrare la fuga nelle frazioni più impegnative, tutt’al più la classifica generale delle brevi corse a tappe. Lo scorso anno accarezzò la vittoria a Pratonevoso, costretto a cedere nel finale allo scatto di Schachmann e all’elastico di Plaza. La prima corsa della sua vita ha le sembianze d’una maledizione: premiavano i primi cinque e lui arrivò sesto, spremersi per arrivare alla soglia per poi vedersi sbattere la porta in faccia.

Le bellezze del Giro di Lombardia sono aspre per le gambe dei corridori. Cataldo, che ama disegnare, della tappa di oggi avrebbe potuto realizzare un affresco, tanto è il tempo che il gruppo ha lasciato ai due, in certi momenti oltre quindici minuti. Cattaneo, che rompe il cambio ma trova in Cataldo un compagno di fuga buono ma soprattutto saggio, ripensa a quello che disse a “La Gazzetta dello Sport” in un’intervista di qualche anno fa: “Brucio dalla voglia di dimostrare quanto valgo”. La corsa, però, muta alla stessa velocità con la quale il gruppo scende dal Ghisallo e dalla Colma di Sormano; in un attimo, Cattaneo e Cataldo si ritrovano con una manciata di minuti, cosicché Cataldo deve tirar via il suo affresco mentre Cattaneo si rende conto che a bruciare sono le sue giunture. In alcuni tratti di discesa, Cataldo e Cattaneo paiono gettarsi nel lago di Como, un po’ per rinfrescarsi e un po’ per dimenticare le responsabilità d’un passato ingombrante.

Anche a Roglič bruciano le gambe e i nervi. La bici sulla quale sta pedalando non è sua, bensì di Tolhoek, e questo Giro d’Italia non appare più così facilmente controllabile. A farne tesoro è Vincenzo Nibali, animato dal fuoco del riscatto, di chi sa d’aver parlato in malomodo, con arroganza e poca lucidità. Per un attimo crede addirittura di rientrare su Cattaneo e Cataldo, che intanto stanno misurando le loro carriere con i mille metri che li separano dal traguardo. Tra le leggi non scritte del ciclismo c’è quella che consiglia di non principiare una volata dalla prima posizione del gruppo, quella che occupa Cataldo; ma se è per questo, la norma sconsigliava anche di andare all’attacco in due in una tappa che avrebbe visto i capitani scornarsi. Cataldo, che colora fogli bianchi per passione, sa che un uomo può attingere a risorse insospettabili: vi attinge lui stesso, conquistando una vittoria che sul Civiglio sembrava persa.

Mattia Cattaneo dice che arrivare così vicino al successo e perdere ancora una volta fa male, ma che tutto sommato hanno fatto una gran cosa. Dario Cataldo afferma che non ci crede, che è stata una giornata difficile ma positiva, che Cattaneo è un gran corridore. Per vedere la forma del lago di Como, bisogna approfittare di un’altura, di una terrazza privilegiata: trovandosi allo stesso pari, si scorge soltanto lo specchio dell’acqua, che riflette la soddisfazione di Carapaz e la frustrazione di Roglič, che ha perso quaranta secondi nei dieci chilometri finali. Se il gruppo si fosse soffermato sulla forma del lago di Como, avrebbe constatato che corrisponde davvero a quella di un uomo. E se il lago di Como fosse un uomo, avrebbe la forma di un corridore: quella di Nibali.

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.