Per l’ennesima volta, Julian Alaphilippe ha la meglio su Jakob Fuglsang.

 

Il cielo sopra Ans questa mattina poteva essere un avvertimento. A volte è necessario dimenticarsi di ciò che si è: usare la memoria come un elastico per rilanciare solo le immagini e le sensazioni che servono all’occasione. In un Belgio usualmente quasi diavolesco agli albori della primavera, dalle tinte plumbee e dal ticchettio della pioggia sul ciottolato o sull’asfalto, sui muri o sulle côtes, sulle cattedrali o sulle cappelle, stamane si intravedeva del sereno spazzato dal vento. Uno strano disegno del destino: una cittadina che quasi si dimentica di ciò che è, ogni sua primavera per pochi giorni, per poche ore. Stasera sulle strade della corsa inizierà a piovere. Domenica probabilmente sarà una Doyenne bagnata.

L’interpretazione corretta di gara non può prescindere dalla lettura che ogni atleta da di se stesso nella propria mente. Da ciò che ricorda o scorda. Nel bene o nel male. Certi hanno fatto tabula rasa nella memoria pur ricca di cose da ricordare: Peter Sagan sembra un lontano parente del tre volte campione del mondo, Daniel Martin cede poco dopo lo slovacco, rassegnato, senza quasi combattere; Marczyński e Mohorič forse non ricordano quanto sia duro l’ultimo tratto del serpentone-nenia Côte d’Ereffe, Côte de Cherave, Muro di Huy: il tutto ripetuto tre volte. O forse lo ricordano, ma ricordano anche delle volte in cui partendo da lontano è andata bene. Non oggi. Per Domenico Pozzovivo la memoria, qualunque fosse, è bloccata da una caduta che lo immobilizza su una barella mentre con la mano cerca di rassicurare il medico. Adam Yates dalla stessa caduta si rialza con un gomito sbucciato: in famiglia, Simon Yates insegna, sanno scordarsi bene delle disavventure per ricordare di provarci ancora. Non sarà giornata, oggi. Quando parte sull’ultima tornata del Muro di Huy, Julian Alaphilippe ha un bel da fare con la memoria: in terra d’Amstel Gold Race il colpo di fioretto finale è arrivato proprio quando avrebbe potuto alzare le braccia al cielo. Peccato il colpo fosse di van der Poel.

Ne aveva sentite di critiche, il francese: avrebbe potuto tirare di più, avrebbe potuto fregarsene di Fuglsang e andar via da solo, sarebbe potuto partire prima in volata, prima che arrivasse quell’altro, van der Poel. Non ha il senno di poi, Alaphilippe, ma ha Fuglsang che gli parte davanti ai cinquecento metri dal traguardo, un’altra volta, una maledizione. Errare è umano, ma un secondo errore assomiglia sempre più agli strali del dopo gara di Lefevere sul pullman. Perché a questi livelli bisogna essere bravi a scordare gli errori ed isolare le critiche: bisogna cercare di garantire il risultato. Quasi inumani, i corridori. Perché la gente capisce quello più di mille parole. Anche se giuste. Perché la gente pretende quello anche se non è ancora passato un mese da quando hai vinto la Milano-Sanremo. Mica spiccioli.

Quando affianca e supera Fuglsang, Alaphilippe lo guarda. Dapprima di fianco, poi appena gli è davanti, un’ultima volta quando lo ha quasi staccato. Guarda lui e guarda il gruppo, ché di eroi dell’ultimo minuto è pieno il mondo. Non si sa mai. Dietro c’è solo Diego Ulissi, che come uno scorfano a riva si flagella i polmoni per agguantare quel terzo posto. Il gruppo è leggermente frazionato, qualche secondo in ritardo. Dietro ci sono quelli che non avevano le gambe o la testa per fare ciò che ad Alaphilippe riesce quasi semplice nella via crucis delle sette cappelle. C’è Fuglsang, che da oggi dovrà segnarsi tra gli incubi peggiori anche Alaphilippe oltre a van der Poel. Bellissimo l’abbraccio fra rivali ma Fuglsang avrebbe voluto essere dall’altra parte: da quella del primo classificato. D’altronde l’agonismo è l’agonismo. C’è Maximilian Schachmann, che mentre il plotone fiancheggiava la Mosa aveva chiesto un ritmo indiavolato a Formolo: al tedesco sarebbe servito il ricordo del guizzo di Prato Nevoso o Larciano. Gli scettici diranno che sono salite differenti. Noi diciamo che l’immagine di un atleta nella sua testa non si misura in pendenza ma in tutte le volte che un qualcosa gli è riuscito bene. Nella capacità di fare emergere quello sul resto. Questo ricorda oggi Alaphilippe. C’è Valverde che si dovrà ricordare di tentare il sesto successo qui. L’anno prossimo, a quarant’anni. Magari scordandosi di quanti avranno il coraggio di dire, e ci saranno sicuramente, che “a quarant’anni ci sono giovani più in forma”, e ricordandosi del mondiale di Innsbruck. Lì le gambe non avevano età. Dietro c’è anche Enrico Gasparotto, che ricorderà l’Amstel deludente della scorsa domenica e potrà essere soddisfatto del decimo posto alla Freccia Vallone.

Poi c’è la gente festante, il giallo-arancione tra la folla, le scritte sull’asfalto, forse ricalcate di anno in anno ma chissà da quanti anni lì a ricordare. C’è la bellezza della cittadina di Huy e la bruttezza delle torri di raffreddamento delle industrie sullo sfondo. C’è il cielo che torna grigio e si ricorda dove abita: in Belgio, la patria della pioggia. Ci sono le case a mattoncini e le cancellate basse. C’è, soprattutto, che nulla di questo sarebbe stato se ci si fosse ricordati delle cose sbagliate. Se ci si fosse dimenticati di quelle giuste. Se non si fosse guardato quello strano cielo belga prima di partire.

 

Foto in evidenza: ©La Flèche Wallone, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/