Ad oggi, Julian Alaphilippe è il mattatore del Tour de France 2019.

 

 

Prima di entrare nel vento dei Pirenei, Pau come campo base, storica, gloriosa gemma di castelli e storia, prima della folle corsa di Julian. È il 19 luglio 1919, cent’anni esatti che nel sole dell’estate francese brilla il simbolo del primato indosso ai corridori: la maglia gialla.

“Questa mattina ho consegnato al valoroso Christophe una splendida maglia gialla. Sapete già che l’uomo in testa alla classifica generale indosserà una maglia con i colori dell’’Auto’. La lotta per il possesso della maglia sarà entusiasmante!”. Così il caporedattore Henri Desgrange al Café de l’Ascenseur di Grenoble istituisce un secolo addietro quella foggia mitica e tanto ambita, gialla come il quotidiano organizzatore della corsa (ci suona familiare?). Da lì al mito il passo è breve. Cent’anni di rovesci e gloria, di fango e sudore per portarla ai Campi Elisi di Parigi. E in ben settantuno momenti diversi il Tour fa tappa a Pau, accoccolata ai piedi dei Pirenei, in faccia all’Atlantico, declivi di vigne e pedali: non poteva esserci luogo più adatto ove celebrare questo splendido compleanno.

Solo due volte la città ha visto i corridori lottare contro il tempo lungo la serpentina delle sue strade (1939 e vittoria di Karl Litschi, 1981 dell’imperioso Hinault), eppure oggi si respira sin dal mattino l’aria di una crono decisiva. Iniziano i giorni bollenti del Tour, non solo da termometro, lo leggi dai sorrisi stiracchiati nei volti dei corridori alla firma della partenza, sui rulli in cerca della concentrazione giusta, pensando a come dosare lo sforzo. Un avvio veloce e una prima parte dove gli scalatori potranno difendersi con un’ascesa di quattromila metri in lieve pendenza, seguiti da un segmento misto e una lieve discesa; si torna poi a salire con la Côte d’Equillot poco dopo metà percorso. Da lì in fino all’arrivo è terreno per gli specialisti, con il solo finale (una rampa tremenda al 17% a cinquecento metri dal traguardo) a spezzare lunghi rettilinei.

Lasciando in sospeso il clamoroso caso del campione del mondo di specialità Rohan Dennis, fra malumori, problemi di squadra, personali o altro che infittiscono un mistero ancora tutto da chiarire, si segnala Kasper Asgreen nel primo torrido pomeriggio, velocissimo sul traguardo, mentre il “sorpasso” subito da un Tony Martin indubbiamente fuori forma e senza ambizioni (“non mi era mai capitato”, dirà piuttosto perplesso subito dopo la prova) è un qualcosa che di certo fa storia. Uno a uno sfilano i corridori che combattono il tempo affinati sulla bici, secolare strumento e futurista areodinamicità. Van Aert che ci ha fatto ulteriormente innamorare negli ultimi mesi stringe purtroppo una curva rovinando a terra malamente. Finiscono sull’asfalto rovente i sogni del campione belga, insieme purtroppo al suo Tour de France. Tocca attendere il mitologico De Gendt, già protagonista giorni addietro di una cavalcata memorabile e oggi di nuovo campione sul passo: prima che scocchi l’ora degli uomini in lizza per la maillot jaune è lui a segnare un tempo stratosferico, di poco sopra i trentacinque minuti.

In un lampo giungono i pezzi da novanta. Richie Porte sembra poter impensierire il primato del belga a ogni intermedio, col tasmaniano che però finisce dietro di qualche secondo. Nell’attesa di scoprire la prova del tandem dei sogni della Ineos e del pupillo di casa che primeggia su tutti, l’ultima rampa di Pau mostra tutta la sofferenza di Bardet, Quintana e Daniel Martin avvolti nel loro naufragio. Di soli due decimi dietro a De Gendt uno strepitoso Urán, mentre Pinot, non certo uno specialista, si difende più che dignitosamente. Ed è un volo, quando il boato pirenaico avvolge i migliori. Adam Yates e Bernal in una evidente giornata negativa pagano dazio, mentre il nuovo impressionante primato di un grandioso Geraint Thomas dura un fiato, giusto il tempo dell’arrivo della maglia gialla. Cent’anni e non sentirli sulla schiena di Julian Alaphilippe, sogno di una Francia che ormai da troppo tempo attende il suo nuovo eroe. Potenza, agilità, grinta, spavalderia sportiva: giù il cappello.

Al cospetto di un Tourmalet che già da domani mostrerà i denti, ogni previsione è azzardata per gli uomini volanti di Pau, che fra poche ore dovranno ricominciare a soffrire per quella casacca splendente e sdrucita, e che ognuno dietro un superbo Alaphilippe in cuor suo sogna. D’altronde è così da cent’anni, e la musica non cambierà almeno per i prossimi cento.

 

 

Foto in evidenza: ©Infos Françaises, Twitter