Richard Carapaz conquista il Giro d’Italia 2019, a Chad Haga l’ultima tappa.

 

Chad Haga abbassa la testa e comincia a singhiozzare proprio quando Primož Roglič taglia il traguardo: era l’unico specialista in grado di impensierirlo e invece ha fatto peggio di lui, dunque ha conquistato la cronometro conclusiva del Giro d’Italia 2019, la prima vittoria importante arrivata a quasi trentuno anni. Chad Haga è un bel personaggio: ottimo gregario, tiene qualche blog, più in generale ama scrivere e suonare il piano. Dice che se questo successo fosse una melodia, sarebbe sicuramente un qualcosa di emozionante e drammatico. Qualche anno fa, nel giro di pochi mesi, venne investito con alcuni compagni di squadra e perse il padre, vittima di un male incurabile. Per ricordarlo, Haga e il fratello furono essenziali: salirono sulle loro biciclette e, uno da una parte e uno dall’altra, guidavano quella del padre, come se potessero davvero accompagnarlo nel suo ultimo, infinito viaggio.

La giornata conclusiva di una grande corsa a tappe è mediamente leggera: ci si concede ancora più del solito ai tifosi, si ha più tempo per guardarsi intorno, ci si concede il lusso di non tirare il bouquet nel vuoto bensì nella direzione di parenti, partner, amici. Non tutti, però, possono viverlo come l’ultimo giorno di scuola: Carapaz deve suggellare una storica vittoria, Nibali può cercare d’avvicinarlo allontanandosi allo stesso tempo da Roglič, mentre quest’ultimo ha il compito di scavalcare Landa, troppo legnoso nelle prove contro il tempo. Quando il basco entra dentro l’Arena, non conosce ancora il suo risultato: scruta mille volti nella speranza di un responso positivo che tuttavia non arriva. Quarto per un nulla, proprio come al Tour de France 2017, ai piedi del podio per un secondo appena. Anche lui abbassa la testa, ma a differenza di Haga si dispera. L’Arena ribolle di pubblico e di caldo; faranno trenta gradi, segno che l’estate è finalmente arrivata e il Giro d’Italia è finito un’altra volta.

In Ecuador hanno chiuso quasi tutto, negli ultimi giorni: sportelli, uffici, negozi. Il fuso orario permette di fare colazione tifando Richard Carapaz, per poi parlarne per tutto il giorno: arrivano notizie di vie paralizzate, di piazze invase da una ridda che si espande a macchia d’olio. Gli spalti dell’Arena traboccano di tifosi provenienti dall’Ecuador e dalla Slovenia, sintomo di un ciclismo nuovo, bandiere che fino a l’altro ieri non avremmo mai visto garrire durante una corsa di biciclette. E di appassionati ce ne sono di tutti i tipi: chi pedala, chi segue, chi non sa neanche come si pedala. Ma non fa differenza: oggi è una festa nazionale, più per l’Ecuador che per l’Italia. Un due giugno alla rovescia. Carapaz impiega un minuto abbondante per realizzare cosa significa vincere un Giro d’Italia e celebrarlo in un’Arena ricolma di connazionali. Poi, nel solco della tradizione dei più grandi leader sudamericani, alza un braccio al cielo tenendo la testa china: “Ho davvero vinto il Giro d’Italia”, sembra sussurrare a se stesso.

Intervistato nei giorni scorsi, Carapaz ha spiegato che il suo trionfo è la prova che i sogni non sono soltanto qualcosa di sfuggevole – ombre riflesse in uno specchio – ma che al contrario esistono proprio per essere realizzati. Ecco un’ottima metafora del Giro d’Italia: uno specchio nel quale mirarsi dopo tre settimane assurde, riscoprendosi più scarni, magari cresciuti, con una passione che non s’è fatta scalfire nemmeno dalla fatica più faticosa del mondo.

 

Foto in evidenza: ©Claudio Bergamaschi

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.