Nel giorno dell’abbandono di Dumoulin, sotto la pioggia comanda sempre Ackermann.

Il ginocchio dolorante di Dumoulin prova a monopolizzare l’interesse del Giro. Parte, non parte, in mattinata scioglie le riserve e si schiera al via. Prova a monopolizzare, si diceva, perché nelle ultime ventiquattro ore si parla anche di altro. La giornata di ieri era iniziata con l’esclusione di Molano, per valori anomali e si è conclusa con le notizie in arrivo dalla Germania per l’inchiesta Aderlass che chiama in causa corridori presenti in corsa (Koren), impegnati altrove (Đurasek) ed ex del gruppo (Petacchi e Božič).

In mezzo: fughe, pioggia, vento, sole, cadute, distrazioni, sfortuna, abilità in bici, strade viscide, una classifica che senza aver visto una vera salita è già delineata con Roglič padrone in maglia rosa, Nibali, Yates e López (e Majka, Formolo, Caruso e Jungels) che si difendono. Carapaz sorprende velocisti e finisseur con un azione da velocista finisseur, Ulissi si fa ancora una volta battere dall’attendismo, Ewan migliora di tappa in tappa e a Terracina vorrebbe vincere, mentre Viviani che resiste strenuamente, rimbalza e ha il volto straziato di Laocoonte morso dai serpenti.

Il Giro si scopre così: vivo, turbolento e senza maschere, investito da una bufera. I corridori in pochi giorni alzano la tensione, tolgono i filtri e si colpiscono a parole finché la strada non lo permette. È un tutti contro tutti dove le polemiche generano altre polemiche: “Andate a chiedere a Puccio! Ha sdraiato mezzo gruppo per girarsi a cercare i suoi giovani, a sessantacinque all’ora. Sono in piedi per miracolo“, dice Nibali. Mentre Landa, dopo essere andato a terra, accusa Yates di averlo falciato in una rotatoria: “Quel fottuto Yates, è un ritardato mentale“. Salvo poi ritrattare e chiedere scusa.

In questo clima da Giro d’Italia, tra pioggia e freddo e che attende la primavera come un miraggio, prende il via la quinta tappa. Breve, da bere tutta d’un fiato. Al via da Frascati le porchette e il vino sono un ricordo; si sbuffa, non c’è molto spazio per sorridere, in cielo le nubi sono il Giove di Correggio dalle sembianze antropomorfe. Il porfido che porta al chilometro zero rende il gruppo simile a un buffo equilibrista.

Nebbia, stradacce, pioggia, trenta chilometri di su e giù, salendo verso Rocca Priora è la caduta degli dei. Sei uomini si avvantaggiano subito dopo il via, mentre Dumoulin non fa in tempo a mettere vicino qualche centinaia di metri, che abbandona. Inizialmente c’è Giulio Ciccone, un puledro dalla gamba nevrotica, ogni metro di salita per lui è buono per evadere, ma “a caval che corre forte, il freno”: viene richiamato dopo pochi minuti e si rialza. C’è Umberto Orsini, omonimo dell’attore e nipote d’arte. Ci sono Santaromita, Barbin e Florez: l’apporto delle professional italiane alla fuga non può mancare. C’è anche Vervaeke, che sarà l’ultimo a mollare venendo ripreso ai ventiquattro dall’arrivo. Il belga è uno che ha superato cosi tanti problemi che una giornata tra pioggia e freddo e in cui il suo capitano si ritira, non possono scalfirlo.

Se il tempo atmosferico non si placa e inzuppa gambe, guanti e mantelline, il gruppo è deciso nel tenere a tiro un quintetto con poche intenzioni bellicose e che non supererà mai i due minuti di vantaggio.

Superata Rocca di Papa la strada è tutta in discesa, fatta eccezione per il gran premio della montagna verso Sezze, la città di Daniele Nardi, Filippo Simeoni e del carciofo: più che una salita è un foruncolo su una pelle madida di sudore. Si entra nell’Agro Pontino dove in alcuni borghi restano vive le tradizioni venete e friulane, retaggio della migrazione interna relativa al periodo della bonifica.

Il finale verso Terracina è andante con pioggia, la giuria neutralizza i distacchi ai meno nove dal traguardo e gli uomini di classifica si defilano: ora sono i velocisti e le loro squadre a monopolizzare l’interesse. La volata è il solito colpo al cuore: curve, controcurve, spallate, sbandate. Bici che cercano di non perdere la linea di galleggiamento. I treni mancano d’esperienza, c’è caos e disordine: Gaviria anticipa la volata, Ackermann gli balza lesto sulla ruota, lo fa sfogare e lo anticipa sulla linea, Viviani non ha le gambe e salta per aria, Démare si abbona al terzo posto, Ewan ha i muscoli atrofizzati e smette di pedalare: sarà quarto, Moschetti dietro di lui chiude quinto e prende appunti. Se Ackermann ha la vittoria col sorriso e Gaviria è un missile, Moschetti ha il fuoco dentro di chi prima o poi lascerà il segno.

Foto in evidenza: Twitter, Giro d’Italia

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.