Valverde si ritira, Alaphilippe scricchiola, Formolo brilla e Fuglsang finalmente esulta.

 

Georges Simenon, uno dei vanti di Liegi nonché il più grande scrittore del novecento secondo Gianni Mura, soleva dividere le sue opere più semplici e leggere da quelle più sostanziose, più massicce, più profonde. A queste ultime si riferiva chiamandole romanzi-romanzi, un’espressione che serviva a separare il grano dal loglio, fondamentale per rimarcare gli intenti. La Liegi-Bastogne-Liegi ha utilizzato lo stesso espediente, sfruttando nel nome la linearità del percorso. Non si scappa: da Liegi si parte e a Liegi si arriva, ma non vi si può rimanere o nascondersi. Alla Liegi-Bastogne-Liegi tutto viene ossessivamente sottolineato: il nome di Gilbert sull’asfalto, i chilometri in salita dalle côté non segnalate sulla carta ma presenti all’atto pratico.

Anche Bastogne continua a svolgere il ruolo di giro di boa illusorio. Messa tra Liegi e Liegi, uno pensa che arrivati a Bastogne siano trascorsi almeno centotrenta, centoquaranta chilometri: appena cento, invece. Questo tiro mancino gioca a favore della fuga che anima la prima parte della Liegi-Bastogne-Liegi 2019: a Bastogne resiste ancora benone, almeno tanto quanto la frangia dell’esercito americano che nel 1944, proprio a Bastogne, tenne impegnata la Wehrmacht tedesca più del previsto. Tra i sette agnelli sacrificali ce ne sono due che in pieno spirito decano ribadiscono le loro intenzioni. Calmejane è il primo: soltanto nell’attaccare trovare il senso della sua carriera. Lo scorso anno, dopo un mirabile 2017, decise di impostarlo da capitano facendo un buco nell’acqua. Pasqualon è il secondo, lui che crede nella stessa misura in se stesso e in Dio. La figlioletta l’ha chiamata Joyel: “joy”, che inglese significa gioia, e “el”, in ebraico letteralmente “il più alto”. E bisogna avere una fiducia immensa, per partecipare a corse così fredde e così bagnate.

Da quanto ci risulta, Simenon non ha mai raccontato un’edizione della Liegi-Bastogne-Liegi. La fantasia non gli mancava di certo: accumulava ottanta cartelle al giorno, chiudeva un romanzo in dieci giorni, emigrato in America scrisse in poco tempo un western, Il ranch della Giumenta perduta, era arrivato da poco e sembrava conoscere l’ambiente meglio delle sue tasche. Il suo Maigret sarebbe prezioso per capire certe dinamiche del gruppo: a cosa sia dovuta, per dire, l’inaffidabilità di Daniel Martin; oppure quanto pesino ad Alejandro Valverde i trentanove anni compiuti tre giorni fa; e ancora, quanto dispiaccia a Sagan esser stato rimpiazzato da giovani rampanti che hanno vinto un decimo delle sue corse. Poco, forse: gli resta il merito d’aver vinto una marea di corse da campione del mondo, sfatando quella stupida convinzione secondo la quale la maglia iridata sarebbe una maledizione. Tornerà, ricordandoci che non se n’era mai andato.

Tutti si aspettano i fuochi d’artificio sulla Redoute, ignorando colpevolmente le polveri bagnate dal maltempo e l’origine della parola. Redoute viene dall’inglese “redoubt”, mutato poi in “redout”, è linguaggio bellico: una fortezza per difendersi, il termine sta per “luogo di ritiro”. Sulla Redoute, infatti, i favoriti aspettano il grosso calibro che li costringa alla rincorsa, che li obblighi a frugare nelle loro gambe in cerca dell’ultima stilla d’energia rimasta per non essere da meno della ridondanza della Liegi-Bastogne-Liegi, ché anche loro essendo campioni hanno un unico e mortale obbligo: quello di vincere. Fuglsang, constatando la calma più che apparente di Alaphilippe, veste i panni di Maigret. Dopo aver tanto pensato, la risoluzione del caso è pura formalità.

Ha capito, Fuglsang, che a trentaquattro anni una primavera così potrebbe non tornare mai più; e che quel francese, che assomiglia al Simenon giovane e baldanzoso delle mille donne conquistate e delle innumerevoli pagine attaccate ai vetri del suo ufficio di modo che i passanti potessero seguire il flusso della storia senza dover aspettare poi molto, non è sempre sicuro di sé: a volte s’incrina, e un affondo convinto potrebbe spezzare definitivamente le sue resistenze. La Liegi-Bastogne-Liegi 2019, una corsa dura e per niente spettacolare, celebra le sorprese. Il podio non è regale: Fuglsang, Formolo, Schachmann. Non sono dei romanzi-romanzi, questo è certo. Ma è pur vero anche il contrario: che i successi più fragorosi emergono talvolta col tempo, vengono riconosciuti in ritardo, dei divertissement destinati a resistere all’incuria del tempo.

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.