La corsa ha emesso il verdetto: Mads Pedersen è campione del mondo.

 

 

“Siete solo voi”, segnala Marco Velo a Matteo Trentin quando al traguardo mancano una manciata di chilometri e la corsa appare pressoché finita: Pedersen, Moscon, Trentin e Küng sono stati i più forti, i più resistenti, i più scaltri e il campionato del mondo se lo giocheranno loro. Nei loro volti e nel paesaggio che li circonda c’è lo stordimento dell’alluvionato; e proprio come un’alluvione travolge tutto quello che incontra senza fare distinzioni, anche la corsa non ha guardato in faccia nessuno: nemmeno van der Poel, che all’improvviso scuote la testa e si fa da parte come il più inetto dei pulcini. Ha ragione Velo: effettivamente la corsa è finita, nessuno può rientrare; il finale immaginato dalla gran parte degli appassionati, tuttavia, era un altro.

E adesso tutti a sfogliare almanacchi, a mandare a memoria ricordi che non ci sono, che non ci possono essere. Mads Pedersen è il nuovo campione del mondo nonostante sia un corridore come tanti altri, volitivo e completo ma tutt’altro che disarmante: fino ad oggi aveva vinto qualche corsa di secondo piano, anche se un exploit leggermente inferiore a quello odierno lo aveva fatto al Giro delle Fiandre dello scorso anno, quando chiuse al secondo posto anticipando i favoriti che, come oggi, erano troppo impauriti o semplicemente più deboli – e quindi meno coraggiosi, ché il coraggio tuttalpiù va d’accordo con la paura, mica con la debolezza. Matteo Trentin rischia d’aver gettato al vento un’occasione irripetibile, ma non ha davvero nulla da recriminare: l’Italia s’è mossa bene e lui di più, rimane il rammarico d’aver trovato un semicarneade nella giornata di grazia. E ad un ventitreenne che vince la maglia iridata al termine di una corsa simile si può soltanto dire: bravo.

A fare una figuraccia è Harrogate, o comunque l’intera organizzazione del campionato del mondo. L’ultima grande rassegna che la città aveva ospitato fu l’Eurovision Song Contest nel 1982, e anche lì qualche momento particolare ci fu: la Francia non si presentò perché pensava che la manifestazione non suscitasse poi molto interesse, salvo poi venir obbligata a partecipare all’edizione successiva dal proprio pubblico; tale Kojo, cantante finlandese, si ferì la testa sperando di impressionare i presenti, ma finì ultimo a zero punti; a vincere per la prima volta fu la Germania Ovest, l’ultima a esibirsi. Trovate qualche analogia? La Francia che delude, Van Avermaet che si dissangua senza che nessuno glielo abbia chiesto, imposto o consigliato, la Danimarca che conquista il suo primo oro nella prova in linea riservata ai professionisti avendo piazzato pochissimi colpi ma dal valore inestimabile.

Quella volta, seppur con qualche riserva, fu un successo; quest’anno probabilmente no, e la nazionalità d’appartenenza c’entra poco. Le strade erano scivolose, sporche e pericolose, le immagini talvolta passavano col contagocce, l’idea di correre un campionato del mondo in Inghilterra d’autunno non si è rivelata particolarmente azzeccata. Comunque, per la cronaca, il pezzo con cui la Germania Ovest vinse l’Eurovision Song Contest di Harrogate s’intitolava Ein bißchen Frieden, la stessa cosa che un po’ tutti – Trentin compreso – avranno detto dopo il traguardo: (finalmente) un po’ di pace. Indicativo, infine, che il rettilineo d’arrivo fosse Parliament Street: il vero golpe l’ha fatto Pedersen, che ha sfondato tutte quelle porte che sembravano sprangate e ha serrato le più pericolose, non è passato nemmeno uno spiffero. D’altronde sarebbe stato sufficiente aprire un libro di storia per sapere che la costituzione inglese non esiste all’atto pratico, dato che non è scritta: non che i suoi dettami non siano validi, s’intende, ma le parole spesso hanno bisogno d’essere fermate per significare qualcosa. Ecco un’altra bella metafora del ciclismo: una costituzione non scritta.

 

 

Foto in evidenza: ©Enrico Longo, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.