La fuga tanto attesa va via e arriva: esulta il ciclismo italiano.

 

Una masnada, secondo la Treccani, è “un gruppo di persone che agiscono insieme e di comune accordo in modo prepotente e disonesto”. Una masnada, dunque, è la fuga che caratterizza la sesta tappa del Giro d’Italia 2019: Madouas, Bagioli, Plaza, Peters, Amador, Rojas, Antunes, Serry, Carboni, Oomen, Conci, Conti e proprio Masnada. Passano almeno cinquanta chilometri prima che l’attacco dei tredici possa concretizzarsi, gli stessi pedalati da Valerio Conti durante la sua prima uscita. Tornò stanco morto e dormì tutto il giorno, una De Rosa troppo grande e un quarantatré ai piedi al posto di un trentotto non fecero altro che aumentare la sensazione di spossatezza. La Cassino-San Giovanni Rotondo, la frazione nella quale Conti e Masnada si sono messi in mostra, prevedeva un solo requisito: credere.

A pochi chilometri da Cassino sorge Montecassino, niente più che un rilievo. San Benedetto da Norcia, tuttavia, lo scelse come luogo eletto per la costruzione del suo primo monastero. Così come, millequattrocentocinquant’anni dopo, Padre Pio esalò l’ultimo respiro a San Giovanni Rotondo, dove decise di passare gran parte della sua esistenza. Per diventare un ciclista professionista, e possibilmente per togliersi qualche soddisfazione, credere è fondamentale: nella fortuna, in se stessi, nelle dinamiche della corsa. Masnada e Conti, ad esempio, credono a ragion veduta che la sesta tappa sarà appannaggio dei fuggitivi; Roglič è felice di questa considerazione, d’altronde quando gli interessi delle due parti collimano si è contenti il doppio.

Dopo una settimana scarsa, Roglič accusa un po’ di stanchezza: la maglia rosa lo costringe a tornare in albergo all’ora di cena, lo obbliga a rispettare dei cerimoniali spesso superflui ma pur sempre stabiliti dal regolamento. Sapendo tutto questo, avrebbe potuto forse pensarci prima e non impegnarsi così tanto: più che una soddisfazione, la maglia rosa per Roglič è parsa un peso. Come se non bastasse, nei chilometri iniziali è pure caduto escoriandosi la natica destra. Oltre a lui sono rovinati a terra Majka, Zakarin e Landa, e allora sì che tutti e quattro invidiano Padre Pio. Le stimmate che lo hanno accompagnato per una vita scomparirono nel momento della morte senza lasciare nemmeno un segno, ovvero quanto desidererebbero i quattro coinvolti: magari si risargissero quelle ferite che sanguinano da una vita e che impediscono di essere quello che si è.

Come spesso succede nel ciclismo, ad indirizzare la corsa è stata una salita, quella di Coppa Casarinelle, lunga e facile quanto basta per cancellare le paure e rendere difficile qualsiasi rientro. Ne sono sfuggite di vittorie, a Masnada e Conti: il primo fu respinto dal vento un anno fa a Campo Imperatore, il secondo scivolò a Peschici al Giro d’Italia 2017 quand’era nel gruppo che si sarebbe giocato la tappa, ed è rimasto vittima troppe volte d’un gioco di squadra del quale era pedina e mai terminale. La possibilità di lasciare il segno nella storia della corsa stavolta non li ha storditi: non corrono all’impazzata come i cavalli e le pecore spaventati dagli elicotteri né si dimostrano spaesati come il cane che taglia la strada a Valerio Conti prima di gettarsi in discesa. L’accordo è quello classico: il baratto. Maglia a te, tappa a me.

Il successo va a Fausto Masnada, la maglia rosa a Valerio Conti e quella bianca a Giovanni Carboni, che ha perso l’attimo ma ha trainato per oltre venti chilometri Plaza e Rojas, mica due frilli. Non è una rinascita del ciclismo italiano né un segnale di un movimento che ha finalmente invertito la rotta: è soltanto una splendida giornata, resa spettacolare da un terzetto che voleva finalmente incassare dopo aver tanto speso. Il Giro d’Italia si è dimostrato ancora una volta una festa: di spettacolo, di colori, d’emozioni e di persone. E per gli scolari di San Giovanni Rotondo di festa vera e propria s’è trattato: oggi tutte le scuole del comune erano chiuse.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.