Elise Chabbey, atleta della Bigla-Katusha, vive l’emergenza sanitaria da dentro.

 

 

Il telefono di Elise Chabbey è squillato lunedì mattina. Dall’altra parte dell’apparecchio, l’ospedale di Ginevra: l’emergenza Covid-19 scoppiata in Europa nell’ultimo mese ha messo a dura prova le strutture sanitarie ed il loro personale; a Ginevra si cercano medici e infermieri. «Era normale fossi una candidata», ha detto la ragazza. «D’altronde, sono laureata in medicina». C’è estrema franchezza nelle parole di Elise; umiltà, quasi come se ciò che è stata chiamata a fare sia, in fondo, la cosa più normale. E forse, per lei, lo è davvero. Lei che fino ai primi di marzo pensava di tenere nel cassetto quella laurea per continuare la sua carriera di ciclista nella Bigla-Katusha. Avrebbe potuto e dovuto essere alla Strade Bianche; invece, è nella hall di un ospedale. Come cambiano le cose, proprio quando meno te lo aspetti.

Quando tutto diventa estremamente complesso, quando non si può credere a ciò che si vede, quando sembra tutto buio e si vorrebbe solo la possibilità di cancellare: in questi momenti conta la fiducia, la fede. Conta provare a salvare quello che di buono ancora resta, forse poco, troppo poco, eppure saper vedere che qualcosa da salvare comunque resta. Anzi, è proprio in queste occasioni che da salvare resta tanto. Ché si salva quando le cose precipitano, dato che nei tempi buoni si tende a custodire, che è diverso. Per questo Elise Chabbey ha fatto la sua scelta. «Sentivo di dover fare qualcosa, l’ho fatto e continuerò a farlo. La situazione è precipitata così velocemente che non ho ancora avuto modo di percepirne tutto lo stress, tutta l’ansia». Perché poi non si debba raccontare a sé stessi di ciò che si sarebbe potuto fare e che, per svariati motivi, non si è fatto. Forse i motivi potrebbero anche scusare, ma alla fine i conti si fanno con quell’istinto di umanità che tutti abbiamo e che, in queste situazioni, potrebbe essere una opportunità di salvezza. Forse aveva ragione chi scriveva che gli eroi sono solo uomini che fanno ciò che serve nel momento in cui serve. Ma ad Elise Chabbey, di essere un eroe, interessa ben poco.

©Bigla-KATUSHA, Twitter

Chabbey, ventisette anni a fine aprile, sa che rimboccarsi le maniche conta più di ogni parola. Parole che comunque vanno pesate, curate, carezzate, perché in periodi come questi usarle male, sprecarle, non lasciarle posare ma gettarle al vento, è un peccato mortale. Tuttavia, accade: in particolare quando tutti ci sentiamo in dovere di dire la nostra, di schierarci, come se mostrare di stare dalla parte giusta contasse qualcosa. Non conta nulla, invece: conta esserci e provare a fare un gesto. Ognuno come può, s’intende, ché non tutti siamo medici o infermieri. Chabbey lo è e affronta una scelta straordinaria come la più normale delle decisioni.

Le foto di Elise Chabbey mostrano un sorriso genuino, pulito, da classica ragazza acqua e sapone. Un sorriso che, ci auguriamo, la porterà ai Giochi Olimpici di Tokyo, suo obbiettivo. Un sorriso che purtroppo, bardata con casco, mascherina e tutti i presidi medici necessari, non potrà mostrare ai suoi pazienti. Un sorriso che li aiuterebbe come le cose scontate che poi scontate non sono. Lo scopri quando stai precipitando e ti ci aggrappi. Ma guardatele gli occhi. Guardatele gli occhi e avrete la consapevolezza che sta sorridendo. E sarà qualcosa di bello, qualcosa per cui vale ancora la pena sperare.

 

 

Foto in evidenza: ©UCI, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/