Wout van Aert è un’espressione di stupore

Wout van Aert batte Alaphilippe e vince la Milano-Sanremo 2020.

 

 

Un anno fa, durante una corsa in Cina, Alessandro Tonelli rimase coinvolto in una brutta caduta: trauma cranico, nove costole e cinque vertebre fratturate, spalle andate, ferita ad una tempia suturata con alcuni punti, pneumotorace. Non potendo volare per via dell’eccessiva pressione alla quale il suo corpo sarebbe stato sottoposto, rimase un mese in Cina. Quando la quarantena che ha caratterizzato l’ultima primavera è diventata obbligatoria, Tonelli ha raccontato d’averla presa con filosofia: d’altronde ne aveva già vissuta una, sapeva come si faceva. Qual è stato il senso di tutto quello che abbiamo vissuto – e stiamo ancora vivendo, non scordiamocelo – non lo so, sinceramente credo che non ci sia nemmeno. Nemmeno Tonelli si sarà chiesto se aveva senso andare in fuga nella Milano-Sanremo più lunga di sempre, altrimenti non ci sarebbe andato. Le fughe sono questo, un’infrazione del buonsenso.

Nemmeno gli altri sei se lo saranno chiesti, visto che più o meno condividono lo stesso destino di Tonelli. Non se lo saranno chiesti né Bais né Mazzucco, neoprofessionisti; nemmeno Boaro, che come l’altro giorno alla Milano-Torino vuole essere riassorbito per ultimo, cercando di dare un senso, uno qualsiasi, a tutto questo pedalare; nemmeno Carretero, bianco di sudore; e così Cima e Frapporti. Eccola qua la fuga della Milano-Sanremo 2020, la Classicissima meno classica che si potesse immaginare, un rituale sfatato, una Primavera clamorosamente calda e in ritardo. Il percorso abituale ha il suo fascino, è innegabile, ma quello di quest’anno non è da buttare. È nato all’improvviso e per caso ma non voglio dilungarmi oltre, il ciclismo – e lo sport in generale – non meritano d’essere sviliti dalla politica. E una corsa di biciclette, a maggior ragione se si tratta della Milano-Sanremo, mi pare più importante e interessante di tutto il resto.

Percorso cambiato, insomma, più da classica e meno da spasmodica attesa di un’apparentemente inevitabile volata. Cambiare, di tanto in tanto, non può fare che bene, altro che iconoclastia; il fatto che succeda anche quello che non ci aspettiamo, persino che non vorremmo, non è necessariamente un male: è la vita. La corsa non è stata particolarmente emozionante, altrimenti le avrei dedicato più spazio. Bucolico, invece, buona parte del paesaggio. A raccontare questa inedita edizione della Milano-Sanremo ci volevano Pavese e Calvino, nato a Santo Stefano Belbo il primo – una delle località attraversate, per i meno attenti – e cresciuto a Sanremo il secondo. Presenza assidua anche quella del Tanaro, sesto fiume più lungo d’Italia – per alcuni il primo – ma pur sempre meno lungo della Milano-Sanremo 2020. La Cipressa è servita a spezzare i rami secchi, e così il Poggio finché Alaphilippe non ha fatto sentire a Nibali il peso dell’età e l’odore d’asfalto bruciato. Dietro, Wout van Aert.

Wout, adesso che ci penso, potrebbe essere anche un’espressione di stupore, una sorta di “wow” che potrebbe tornar buono per qualche titolo d’apertura. Cosa faranno i giornali non lo so e non m’interessa, quello che ha fatto van Aert al contrario mi ha impressionato. Lo ha fatto anche la discesa di Alaphilippe, se è per questo, ma per la bruttezza delle traiettorie disegnate. La Milano-Sanremo 2020 è tutta qui: in uno scatto, in un inseguimento, in una volata serratissima. Il favorito principale e il vincitore uscente; dietro, a distanza di sicurezza, tutti gli altri, mai protagonisti, gli unici due che avevano qualcosa da dire – e da dare – erano i due davanti. Ha vinto van Aert di una ruota circa, Alaphilippe gli ha fatto i complimenti e lo ha abbracciato. Alaphilippe non sembrava così in forma, van Aert a marzo probabilmente non avrebbe vinto. Da calendario la Milano-Sanremo 2020 doveva corrersi il 21 marzo, giorno in cui è scomparso Gianni Mura. Mi piace ricordarlo così, con colpevolissimo ritardo e con parole non mie: sono quelle scritte da lui per congedare Gianni Brera. Ti sia lieve la terra, Giovanni, il finale di oggi ti sarebbe piaciuto.

 

Foto in evidenza: ©Milano Sanremo, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.