Le parole di Tom Pidcock sono sincere e taglienti, meritevoli d’attenzione.

 

 

Nonostante la delusione incassata ai campionati del mondo – il quarto posto diventato terzo per la squalifica di Eekhoff e la consapevolezza d’aver perso l’occasione di vincere l’iride nello Yorkshire, la regione in cui è nato – Tom Pidcock ha ritrovato in un batter d’occhio la lucidità e la brillantezza per rilasciare alcune dichiarazioni indicative e preziose sul suo futuro. Con lo stile che lo contraddistingue, tuttavia, Pidcock non ha risparmiato critiche e osservazioni sul mondo che lo circonda e di cui fa parte: quello del ciclismo, che sta diventando sempre più giovane e sempre più precoce.

“Nel 2020 non farò parte del World Tour per una scelta personale”, ha spiegato a Cyclingweekly. “Sento che il mio posto è ancora in questa categoria, quella degli Under 23; ad essere onesti, non mi piace la tendenza che molti miei coetanei e colleghi stanno cavalcando: credo che potrebbero maturare ancora un po’, prima di passare dall’altra parte”.

Comunque Pidcock non cade dalle nuvole. È lui il primo a vedere nel World Tour una sorta di primo traguardo ed è conscio, possedendolo, che il talento non si può imbrigliare o limitare, procrastinandone l’avvento: chi passa professionista a vent’anni, insomma, avrà i suoi buoni motivi per farlo. Il principale, secondo lui, è la sicurezza d’avercela fatta: “Un giovane che diventa professionista si sente sicuro, tendenzialmente migliore degli altri, direi salvo”, ha continuato. “Ma io, avendo già la certezza di poterne fare parte nell’immediato futuro, sono tranquillo. Non c’è fretta, non c’è niente nel World Tour e nel professionismo di cui abbia bisogno adesso”.

Se la vostra sensazione è che Pidcock parli con un pizzico d’arroganza, può darsi che abbiate ragione: ma non ne faremmo un dramma, d’altronde è praticamente impossibile parlare e comportarsi come tutti gli altri quando non si è esattamente come tutti gli altri – in questo caso in ambito ciclistico, s’intende.

Le riflessioni del britannico rimangono pur sempre attuali e delicate. Cosa riserverà il prossimo decennio ai vari Evenepoel, Pogačar, Bernal? E quanti ne potremmo citare, di giovanissimi già chiamati a rispondere a sforzi disumani e a responsabilità pesantissime. Il caso più recente riguarda Quinn Simmons, nato l’8 maggio 2001, che ha “festeggiato” nel migliore dei modi la vittoria nella prova in linea del Mondiale riservata agli juniores: dal 2020 sarà un corridore della Trek-Segafredo, dunque un professionista a soli diciotto anni e mezzo.

Come in qualsiasi disputa, manca un’alternativa che accontenti tutti; nessuna legge, nessuna norma – scritta o meno – può dirimere una questione tanto delicata. Perché, se la precocità può rivelarsi un boomerang, va anche detto che un mestiere lo si impara mettendosi alla prova ad un livello che ancora non ci compete, per poi accorgersi che il tempo e l’esperienza cambiano le cose. Il presente – e il futuro, ci auguriamo – sorride a tanti giovani ciclisti già capaci di risultati impensabili; se i numeri contano ancora qualcosa, la bilancia della ragione pende più dalla loro parte che dalla nostra.

Eppure, nonostante tutto, le parole di Pidcock ci appaiono le più giuste, le più trasparenti, le più sensate: “Voglio ancora far parte di questa realtà”, ha concluso. “Posso ancora vincere qualche corsa, gestire meglio lo stress e le aspettative: soprattutto, voglio assaporare a pieno i miei vent’anni”.

 

Foto in evidenza: ©TRINITY Racing, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.