Parlare di ciclismo ed avere il coraggio di lasciar andare il passato.

 

Rintuzzato il doping, un’altra minaccia incombe sul tranquillo mondo del ciclismo: la nostalgia. È un sentimento comune, ognuno ha le sue debolezze. Nulla di nuovo, o forse sì. La nostalgia, il romanticismo, l’amore (spesso insensato, ingiustificato, esagerato. Anche urticante) per il passato sta diventando una piaga pericolosa e difficile da combattere. Sportivamente parlando non è mai stata così presente nella cronaca, nel racconto, nella dialettica, nel confronto. Come ogni onda, sono in molti a cavalcarla ormai da anni: noi, al contrario, speriamo che il passato torni ad essere storia e non feticcio da idolatrare.

Chi sostiene di amare il ciclismo per poi guardarlo col piglio del nostalgico in realtà sta mentendo ai suoi interlocutori e soprattutto a se stesso. Non ama realmente il ciclismo: è rimasto aggrappato, per miopia o per arroganza, all’idea di ciclismo che girava una volta, magari quand’era giovane, quando tutto era più leggero, meno pressante, facilmente risolvibile. Queste persone, dunque, non amano il ciclismo: sono soltanto rimaste affezionate al ciclismo che ricorda loro gli anni migliori, la loro gioventù. La passione per lo sport è soltanto un riflesso. La prova del nove è la parabola nostalgica che tocca irrimediabilmente ogni generazione: il passato ha sempre qualcosa in più; nel presente tocca accontentarsi di quel che passa il convento; il futuro è una strana bestia che rimane nell’oscurità e che non promette nulla di buono. Il rischio più grande, oltre a non godere più del presente (che un giorno sarà quel passato che in molti celebreranno), è quello di dar vita ad un passato che nella realtà dei fatti non è esistito: un mondo stravolto e viziato, un mondo fatto di sogni e storture, dentro al quale ognuno butta quel che più gli aggrada. Chi conosce veramente il passato e la Storia la rispetta, non sbava al loro seguito; paradossalmente, chi conosce veramente il passato e la Storia si tiene lontano da questa opera di abbandono, di perversione, di reazione.

Il ciclismo, molto semplicemente, è. Senza riserve, senza condizioni, senza puntualizzazioni. È un moto perpetuo, è un indicativo presente, è una presenza fissa che attraversa il secolo adattandosi ai suoi cambiamenti. E’ cambiato? Tantissimo, è indubbio. In meglio o in peggio? Chi ha una risposta univoca e convincente si faccia avanti, lo ascoltiamo volentieri. E’ bene che ci si ricordi che tutte le questioni che in qualche modo minano la bellezza di questo sport si possono affrontare, modificare e risolvere soltanto conoscendo il presente e sapendo immaginare il futuro. Il passato, in questo processo, ha un ruolo fondamentale: quello di testimonianza, di saggezza, di esperienza. Va rispettato, non incensato; va ascoltato, non deturpato. Chi ammette di essersi fermato a Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Moser, Saronni o Pantani non amava il ciclismo bensì quei corridori. La passione vera per il ciclismo trascende corse e strategie, personaggi e tattiche, tempo e spirito. Concentrarsi sul passato impedisce di guardare con attenzione il presente: le discussioni, i cambiamenti epocali che oggi avvengono con rapidità disarmante, i fatti. Anche il presente (soprattutto il presente) può essere fonte di appagamento: sempre più corridori che riscoprono la completezza e la duttilità, prestazioni umane, interpretazioni animate da inventiva, classe e coraggio. Il presente, poi, è parziale e nessuno fa mai un accenno a questa sua caratteristica. Il passato si è già esaurito: è più facile trarre delle conclusioni, scegliere da quale parte della barricata si vuole stare. Il presente, al contrario, regala il brivido del dubbio, dell’incertezza, della fluidità. Il paragone, il sicario della nostalgia, è colui che si ostina a voler confrontare Paolo Bettini (carriera ultradecennale e ormai consegnata ai posteri) e Julian Alaphilippe (al quinto anno tra i professionisti, in divenire) affermando che tra i due non c’è storia: dove sta l’errore si capisce. Le strade percorribili sono due: fare pace con se stessi oppure continuare a crogiolarsi in un mondo che non esiste più e che, in certi casi, non è mai esistito. La bellezza, dall’alto della sua intangibilità, ci ricorda che non è nostalgica.

 

 

Foto in evidenza: ©Strade Bianche, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.